Il dibattito sulle pensioni, in Italia, è come un fiume carsico: scorre sempre ma a volte non si vede per un po’. Poi torna. Il punto è che le prospettive, per i cittadini, restano cupe. Per garantire la sostenibilità del sistema le varie riforme di questi anni hanno tutte lo stesso esito: quello di pensioni sempre più basse per le future generazioni. E adesso c’è anche una stima: chi entra oggi nel mercato del lavoro avrà una pensione più bassa del 16,7% rispetto a chi oggi va in pensione: è la differenza nel tasso di sostituzione — cioè il rapporto tra la prima pensione e l'ultimo stipendio ricevuto — tra chi è andato in pensione oggi e chi ci andrà nel 2060.
Il divario emerge dal Focus Censis/Confcooperative "Pensioni, ipoteca sul futuro?" e racconta, in modo freddo e preciso, quanto il contratto intergenerazionale implicito nel nostro sistema previdenziale si stia logorando. Valga per tutti l’esempio di padre e figlio, magari con stessa carriera, ma con pensioni molto diverse. Un lavoratore del settore privato che ha iniziato a lavorare nel 1982, con una carriera continuativa di 38 anni, va in pensione a 67 anni con un tasso di sostituzione netto dell'81,5%. Suo figlio, trentatreenne oggi, entrato nel mercato del lavoro nel 2022 con le stesse condizioni — carriera continuativa, stessa durata, stessa età di pensionamento — quando si ritirerà nel 2060 potrà contare solo sul 64,8%. Per esempio: se il papà aveva nell’ultima busta paga un netto di 4mila euro, la sua pensione sarà di 3.260; mentre il figlio – in termini equivalenti – ne avrà solo 2.592. A parità di tutto, la distanza tra l'ultima busta paga e il primo assegno pensionistico quasi raddoppia: dal 18,5% al 35,2%. Non si tratta, dunque, di variabili individuali, ma semplicemente di un effetto del regime pieno del sistema contributivo. Senza poi calcolare che, nel frattempo, aumenterà anche l’età a cui si andrà in pensione, indicizzata all’aspettativa di vita.
A rendere difficile un’inversione di tendenza sono due questioni sotto gli occhi di tutti. La prima sono i salari mediamente bassi che da almeno tre decenni collocano l’Italia tra i Paesi europei dove si guadagna meno. Ciò significa contributi più bassi e pensioni di conseguenza più contenute per effetto del sistema contributivo, introdotto dalla riforma Dini nel 1995 e applicato integralmente alle generazioni più giovani. La seconda è la questione demografica. Tra il 2025 e il 2050, secondo le proiezioni Istat elaborate dal Censis, la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) si ridurrà di 7,7 milioni di persone (- 20,5%).
Meno lavoratori attivi significano meno contributi che alimentano il sistema a ripartizione, più pressione su chi resta, e un rapporto tra contribuenti e pensionati destinato a deteriorarsi ulteriormente.Gli squilibri pensionistici sono figli del debito pubblico accumulato soprattutto negli ultimi 20 anni del secolo scorso. E questo è un esempio di quanto pesa e peserà ancora sulle future generazioni.