Nella sortita di Giorgia Meloni sull'obiettivo di portare una personalità del centro-destra al Quirinale i nomi sono l'ultimo problema. La mossa della premier, infatti, è soprattutto un tassello della strategia per vincere le prossime elezioni politiche. Il tentativo è quello di polarizzare il voto, sensibilizzando gli elettori su un traguardo che in ottanta anni di Repubblica è apparso sempre irraggiungibile: la Meloni alza la posta costringendo chi si tira indietro, chi si dissocia ad assumersi le sue responsabilità.
Primo destinatario del messaggio è il generale Vannacci che nella mente dell'inner circle di Palazzo Chigi sta dividendo l'elettorato di centro-destra. «Per la prima volta nella Storia - osserva Francesco Filini, testa d'uovo di Palazzo Chigi - abbiamo un'occasione storica. Tutti, non solo Vannacci, ne debbono essere coscienti. La polarizzazione? C'è nei fatti, la nuova legge elettorale l'amplificherà. La sinistra già sta facendo la campagna contro «i pieni poteri» della Meloni. Io giuro però che Giorgia al Colle non pensa proprio».
Quella della Meloni, quindi, è una sorta di chiamata a raccolta che nel centro-destra trova tutti d'accordo. «È un approccio alle elezioni - spiega il forzista, Enrico Costa - all'insegna della trasparenza: ci sarà il candidato a premier e l'ambizione di avere un esponente di centro-destra al Quirinale. Senza veli».
È anche un modo per compattare la coalizione, per tenere stretti i ranghi in vista del voto. Una spinta a trovare un filo comune anche se c'è ancora lavoro da fare ad esempio sul tema delle preferenze nella legge elettorale. L'altra sera in video-conferenza con gli altri leader della maggioranza la premier è tornata alla carica. «Voglio vedere se voterete contro i miei emendamenti.», ha sfidato i suoi interlocutori. Un'ulteriore pressione per individuare un compromesso. Com'è tornata a girare la voce di un avvicendamento che porterebbe a sempre Salvini al Viminale e Piantedosi ad Europol. Aggiustamenti in vista della campagna elettorale.
Naturalmente ogni strategia ha le sue incognite. Polarizzare il voto, parlare di Quirinale finisce per compattare anche l'altro fronte. Il referendum sulla giustizia docet. Tirare in ballo il Colle, infatti, alimenta la classica campagna della sinistra «contro la svolta autoritaria». «E se loro si prenderanno Vannacci - ironizza l'ex-ministro della difesa del Pd, Guerini - a noi ci toccherà Di Battista e il suo movimento».
Sono i rischi della «polarizzazione». Il punto è che gira che rigira anche a sinistra si seguono con attenzione le mosse del generale. Tutte le strategie cercano di tenere conto della variabile di un Vannacci fuori o dentro il centro-destra. «Se entrerà in coalizione - è la previsione del piddino, Orfini - Forza Italia rischia di perdere i suoi elettori più moderati». «Se nel centro-destra entra un movimento che in Europa sta con Afd - pondera Richetti di Azione - noi dovremmo rivedere la nostra collocazione». Il leader di Avs Fratoianni invece si lascia andare ad altre congetture. «La Meloni può polarizzare - ragiona - ma senza Vannacci perde. Lui se va con il centro-destra fa la figura del quaquaraquà, prende il 4% e finisce là; se resta fuori prende il 10% e in due anni diventa il leader della destra».
E l'interessato che dice? Spiega il
luogotenente del generale: «Non possiamo essere noi a dire di no all'alleanza con la Meloni, dobbiamo dimostrare che è lei a tradire i valori della destra. Alla fine vedrete che andremo da soli. Sul piano dei consensi ci conviene».