«Repubblica» e «Stampa» gridano al golpe ma è soltanto una bufala

I giornali si vestono a lutto. L’informazione, par di capire, muore con la nuova legge. La Repubblica e La Stampa celebrano il funerale della libera stampa. La Repubblica è una collezione di post-it gialli. Che recitano sempre la stessa massima: la legge-bavaglio nega ai cittadini il diritto di essere informati. La Stampa fa di più e due rubriche di punta, Buongiorno di Massimo Gramellini e Jena di Riccardo Barenghi, escono in bianco per protesta contro il solito presunto silenziatore. Insomma, a scorrere la titolazione dei giornali c’è da pensare che gli italiani non sapranno più nulla. Nulla di nulla. Nulla su nessuna inchiesta fino al fatidico termine delle indagini preliminari che, con la lentezza della nostra giustizia, vuol dire anni e anni di black out.
Peccato che non sia così. Peccato che a leggere il testo della norma, certo l’ennesimo, scritto, cancellato e riscritto non si sa quante volte, si scopre che il flusso informativo rimarrà costante nel tempo. Peccato che il bavaglio non ci sarà. Quelle che non si potranno più pubblicare in alcun modo saranno solo e soltanto le intercettazioni. Per il resto il legislatore distingue, esattamente come il vecchio, fra la pubblicazione integrale di un atto d’indagine, vietata oggi come domani, e la sua sintesi, libera oggi come nel futuro. Certo, la nuova norma dovrebbe, con il condizionale per via di possibili aggiustamenti e rimaneggiamenti in corso d’opera, costringere il giornalista ad adottare una linea di sobrietà, di sintesi, di essenzialità. A togliere, per intenderci, una volta per tutte le virgolette. Ma fra la sintesi e il black out ce ne corre.
L’Aquila, è il titolo di ieri di Repubblica a pagina 12, raffica di inchieste sulle new town. A fianco il solito post-it ammonisce il lettore. Ma è un allarme che francamente non si capisce. Perché nel pezzo si dà una sintesi delle inchieste del Gico e della Procura antimafia sulla costruzione di 145 palazzine per i terremotati. Ora, pur avendo a che fare con l’eterno cantiere legislativo, non è chiaro cosa potrebbe cambiare domani. Perché la nuova norma specifica che gli atti coperti da segreto potranno sempre essere pubblicati «per riassunto». Cosa vuol dire per riassunto? Appunto, non si potrà fotocopiare un atto o aprire le virgolette a riga 1 e chiuderle a riga 80 o 90, ma una narrazione, anche robusta, anche dettagliata, anche analitica, potrà essere svolta. Dunque i lettori di Repubblica sapranno tutto sulle new town. E non verrà mutilato nemmeno il pezzo che sta subito sotto: Infiltrazioni, ruggine e lavori a metà Il dossier: quelle case fanno acqua. Qui si dà conto di una relazione di una sessantina di pagine dell’Ufficio tecnico del comune dell’Aquila. Figurarsi. Il solito post-it induce a tristi retropensieri ma oltre i retropensieri c’è ben poco. Per carità, forse, ma ci permettiamo di essere scettici, non si potranno più pubblicare i passaggi del documento riportati fra virgolette. Le virgolette del documento diventato parte di un’inchiesta. E dunque pubblicabile solo per riassunto. Forse. Ma a voler essere pedanti, anche oggi il codice di procedura penale, al comma 2 dell’articolo 114, vieta «la pubblicazione anche parziale degli atti non più coperti dal segreto fino a che non siano concluse le indagini preliminari», salvo poi rimangiarsi il divieto al comma 7, di cui è stata data un’interpretazione ultrasoft. Adesso sarà impossibile virgolettare anche solo una riga?
Può darsi e, sia chiaro, nessuno vuole alzare un peana alla nuova norma, confusa e frutto di infinite mediazioni e compromessi, ma certi allarmismi sono fuori luogo. Gli stessi post-it gialli di Repubblica, in prima battuta, martellavano un messaggio ancor più allarmante: con la legge bavaglio non leggerete più questo articolo. Oggi nessuno si azzarda più a sostenere questa lettura, ma l’impressione generale è sempre quella.
Repubblica, ieri, ma questa volta a pagina 13, titola: Firenze, salta il processo a Balducci. La Cassazione: competenza di Roma. Qui, come si capisce subito, siamo ormai alle porte del dibattimento e dunque tutte le eventuali censure si troverebbero in fuorigioco. In offside. Sotto, trova posto il tormentone su Scajola e la sua casa al Colosseo. Ora salta fuori che anche la ristrutturazione per un totale di duecentomila euro, non fu pagata dall’ex ministro. Cosa cambierà? Secondo quel che si ricava dal testo, nulla. In questa storia non ci sono intercettazioni, semmai interrogatori e verbali. Non si potrà più riportare quei documenti per intero, e lo stesso accadrà per le ordinanze di custodia, ma il nocciolo potrà essere raccontato. Magari aggiungendo, con la necessaria prudenza, la polpa. Esattamente come avviene o dovrebbe avvenire oggi.
Dunque, i silenzi sdegnati di Buongiorno e di Jena sulla Stampa di ieri non sono del tutto comprensibili. La norma è criticabilissima come tutte le norme, ma lasciare le righe in bianco «per abituarsi a quando la legge sulle intercettazioni impedirà di affrontare gli argomenti che nutrono da sempre i corsivi di satira e di costume» è onestamente un’esagerazione. Che non trova riscontri nella realtà. Un’esagerazione doppia, nel loro caso, visto che Gramellini e Barenghi non sono certo cronisti di giudiziaria. E siamo certi che continueranno a pungere con i loro editoriali.

Immagine strip mobile Immagine strip desktop e tablet

Commenti