Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 07:17
Retrogusto

Cinque secoli di cibo nell’arte (e di arte nel cibo)

Una mostra al Chiostro del Bramante di Roma racconta attraverso 190 opere di sessanta autori dal Cinquecento a oggi, tra pitture, sculture, video, fotografie, oggetti e installazioni come gli artisti abbiano raccontato il nostro modo di mangiare, e di conseguenza gerarchie sociali, relazioni familiari, disuguaglianze e consumi. Dalle nature morte seicentesche alla Abramovic che addenta una cipolla

Mostra chiostro Bramante

Una cipolla mangiata davanti alla telecamera, un fast food che finisce sott’acqua, l’ultimo pasto di un condannato a morte composto come una natura morta fiamminga. Nell’arte il cibo ha smesso da tempo di stare buono nel piatto. Lo racconta «Food. Il gusto nell’arte», la mostra con cui il Chiostro del Bramante di Roma festeggia trent’anni di attività: 190 opere, oltre sessanta autori e cinque secoli di storia, dal Cinquecento a oggi. Aperta dal 17 ottobre al 29 marzo 2027, è curata da Suzanne Landau e prodotta da DART.

Il percorso mette insieme dipinti, sculture, fotografie, video, oggetti, documenti e installazioni, distribuiti in sei capitoli. Si parla di scambi tra continenti, corpo, gioco, tavola, ecologia e memoria. Il soggetto è familiare, le implicazioni meno rassicuranti: attraverso ciò che mangiamo gli artisti raccontano desideri e gerarchie sociali, relazioni familiari, disuguaglianze e consumi. Anche il modo di apparecchiare può diventare una dichiarazione politica.

A tenere insieme la parte storica e quella contemporanea è soprattutto la natura morta. Le tele di Bartolomeo Bimbi, Christian Berentz e Cristoforo Munari incontrano lavori nei quali l’abbondanza comincia a mostrare qualche crepa. In Still Life Sam Taylor-Johnson accelera la decomposizione della frutta; Ori Gersht, con Pomegranate, parte dalla pittura seicentesca per accostare bellezza e violenza. Mat Collishaw ricostruisce invece, nella serie Last Meal on Death Row, gli ultimi pasti dei condannati a morte, adottando l’estetica dei maestri fiamminghi. La tavola imbandita diventa così il conto alla rovescia di una vita.

Altrove il cibo entra direttamente nell’opera. Marina Abramović mangia una cipolla in The Onion, Sophie Calle organizza alimentazione e colori nel Régime chromatique. Sigalit Landau colloca il proprio corpo dentro una spirale di angurie nelle acque del Mar Morto. David LaChapelle porta il suo immaginario fotografico in Leonardo DiCaprio: Unspoiled e Death by Hamburger, Beverly Hills. Claire Fontaine sceglie una strada più beffarda: in Is it cake? l’orinatoio di Duchamp diventa una scultura che, nella fetta mancante, rivela gli strati di una torta.

La cucina è anche il luogo in cui si assegnano e si discutono i ruoli. Carrie Mae Weems ne fa il teatro della quotidianità nella Kitchen Table Series; Martha Rosler, con Semiotics of the Kitchen, usa la forma del programma televisivo culinario per contestare gli stereotipi femminili. Lo sguardo si allarga con Food Man di Yinka Shonibare, tra produzione alimentare, colonialismo e clima, e con Flooded McDonald’s di Superflex: un fast food progressivamente sommerso dall’acqua. Ernesto Neto lavora invece con legumi e materiali organici in una grande installazione sospesa.

Due ambienti sono da attraversare: Sweet Memories di Simone Post e Pasta Shell Grotto di Bompas & Parr, commissionata da DART con il supporto tecnico di La Molisana. Nell’audioguida Il gusto di Roma, realizzata da Giovanni De Stefano, otto opere vengono commentate da altrettante persone che il cibo lo cucinano, vendono o servono. La collaborazione con la Villa medicea di Poggio a Caiano ha inoltre permesso di restaurare le cornici intagliate e dorate di Vittorio Crosten per i dipinti di Bimbi. Da gennaio 2027 il progetto arriverà anche all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, con laboratori, video e attività per i bambini e i ragazzi ricoverati.

Commenti