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Retrogusto

Da Niko, mangiare come a casa di Romito

Ha appena aperto, al Bvlgari Hotel Milano, il nuovo ristorante del grande chef abruzzese, che rimescola le carte della ristorazione alberghiera di alto livello, introducendo elementi di informalità e di condivisione. La carta esplora i classici della cucina italiana, reinterpretandoli con eleganza, con un occhio speciale alla gastronomia degli anni Settanta e Ottanta

niko romico

Tutti a casa di Niko. Ha uno stile casalingo il nuovo ristorante dello chef abruzzese Romito al Bvlgari Hotel Milano, che consolida l’annosa collaborazione con la catena alberghiera del brand appartenente a LVMH ma cambia punto di vista, puntando su un’accoglienza più informale ma rispettando l’impostazione gastronomica dello chef tristellato di Reale a Castel di Sangro, fondata su materia prima, tecnica e ricerca della nettezza dei sapori. «Con “Da Niko” ho voluto trovare un linguaggio più immediato per raccontare la mia idea di cucina: lo stesso pensiero, ma con un tono più diretto e caldo».

La carta, curata quotidianamente dall’executive chef Giorgio Fuda, è impostata su piatti semplici, familiari, che attingono alla tradizione italiana e spesso scavano anche nei ricettari anni Settanta e Ottanta, interpretati in modo che favorisca la socialità e la condivisione. Si parte con una piccola proposta di crudi (Ostriche, Carpaccio di ricciola con limone e peperoncino, il nostalgico Cocktail di scampi, Manzo marinato alle erbe e misticanza), poi ci sono gli antipasti, la sezione in cui secondo me meglio si esprime la caratteristica del locale: Traccia di bufala campana e pomodori, Culatello di Zibello, brioche tostata e fichi, Pizzetta fritta con pomodoro e parmigiano, Baccalà mantecato con salsa di peperoni e capperi, Vitello tonnato (quanti vitelli tonnati ho mangiato negli ultimi sei mesi? Almeno venti, ma questo è nella top three), Bieta, patate e olive. Se foste in quattro, ad esempio, potreste anche ordinarli tutti e finirla qui e uscireste felici, anzi felicissimi.

Ma il menu offre tanto altro: ci sono otto primi, tra i quali i romanissimi Tonnarelli cacio e pepe, il Risotto con funghi di stagione, parmigiano e liquirizia, i Mezzi paccheri scampi e rosmarino, gli Agnolotti del plin con fondo di manzo con arancia e maggiorana, i Ravioli ricotta e spinaci con manteca, la Lasagna al ragù leggero di vitello. Ci sono anche un paio di zuppe, una di verdure e una fredda di legumi con bieta e limone.

Tra i secondi ci sono la Sogliola limone, capperi e prezzemolo, il Filetto di manzo al pepe verde, la Parmigiana di melanzane, ma io consiglio, per bearsi anche un po’ della scenografia, di ordinare uno dei piatti al carrello: Pollo fritto piemontese “col fiocco”, scarola ripassata e patate al forno, Cotoletta alla milanese “vestita” con misticanza e pomodorini, Pescato del giorno e patate al forno. Tra i contorni meglio le Zucchine alla scapece delle Patatine fritte.

Tra i dolci è adorabile a mio avviso ritrovare la sottovalutatissima Zuppa inglese, che Romito interpreta all’uso abruzzese, dove questo dolce domenicale è assai popolare. Poi un’ottima Brioche con zabajone e gelato al pistacchio, l’inevitabile Tiramisù (che se non ci fosse poi ci mancherebbe), la Torta di mele con crema di latte, salsa al miele ad agrumi, la Torta di cioccolato con crema alla vaniglia dall’impiattamento esteticamente non riuscitissimo, il Cremoso di mandorle con gelato al fior di latte e limoncello che invece mi è apparso piuttosto indecifrabile.

La carta dei vini è di buona fattura, con etichette blasonate senza avventure. I prezzi sono quelli di un albergo spettacolare, il servizio è alla mano ma non ha nessuna sgrammaticatura (e ci mancherebbe).

Lo spazio, bellissimo, borghese, magnificamente milanese, è stato ridisegnato da Acpv Architects Antonio Citterio Patricia Viel con una studiata ricerca di asimmetria: tavoli di dimensioni differenti, divanetti e sedute che si alternano, elementi in teak e tonalità terracotta. Elementi salienti un cocktail bar con grande bancone ovale in resina nera, una parete vetrata affacciata sul giardino, una piccola biblioteca dedicata a Milano, quattro specchi con cornici in salice di Emy Petrini, un raro vaso Richard Ginori decorato con il Trionfo delle Amazzoni risalente alla fine degli anni Venti, quando alla maison c’era la direzione artistica di Gio Ponti.

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