La morte a tavola. Detta così non sembra un’idea particolarmente appetitosa, eppure mangiare e morire hanno avuto molto più a che fare l’uno con l’altro di quanto siamo abituati a pensare. È da questa relazione antica, e decisamente poco frequentata dalla letteratura gastronomica, che parte “Affamati da morire”, un libro di 144 pagine che raccoglie tradizioni e ricette legate ai riti funebri di diverse parti del mondo.
Perché il funerale non è mai stato soltanto il momento dell’ultimo saluto. Attorno alla morte si è costruito nei secoli un complesso sistema di gesti, consuetudini e naturalmente cibi. Si mangia dopo aver seppellito qualcuno, si cucina per i parenti del defunto, si portano dolci e caffè nelle case colpite dal lutto. In alcune culture il cibo arriva in chiesa, in altre all’aperto, in altre ancora direttamente sulla tomba. Cambiano religioni, latitudini e menu, ma resta un principio elementare: nutrire chi rimane è uno dei modi più concreti per prendersene cura.
Il libro affronta la questione senza indulgere troppo nella mestizia, anzi scegliendo spesso la strada dell’ironia. La morte, si legge nella quarta di copertina, scatena infatti «una reazione a catena organizzativa che farebbe invidia a una centrale operativa della Protezione Civile». Perché mentre qualcuno piange, qualcun altro deve preoccuparsi di una faccenda molto più prosaica: sfamare una casa che improvvisamente si riempie di figli, cugini, cognati, amici e parenti arrivati magari da centinaia di chilometri.
Nasce così quella che gli autori definiscono la “logistica alimentare del dolore”. Bisogna anzitutto colmare il vuoto lasciato in cucina da chi, comprensibilmente, non ha né testa né voglia di mettersi ai fornelli. Poi servono piatti robusti, facilmente conservabili, capaci di affrontare molte bocche e tempi incerti. Infine occorre organizzare spazi e scorte, perché soprattutto nelle società tradizionali funerali e matrimoni sono stati a lungo le grandi occasioni nelle quali la famiglia allargata tornava a riunirsi.
Le ricette diventano così una maniera per raccontare culture e rituali. Dal Sud America arriva, per esempio, il Mole de Chichilo di Oaxaca, salsa messicana tradizionalmente associata al lutto. Si prepara con carne di manzo, peperoncini, tortillas di mais, foglie di avocado, spezie e masa harina. La particolarità è nella tostatura spinta di peperoncini e tortillas, che devono arrivare quasi a bruciarsi, regalando alla salsa il caratteristico colore scuro e soprattutto una nota amara. Nel libro diventa inevitabilmente una metafora: il sapore di bruciato, anziché essere un incidente di cucina, racconta il dolore.
Ed è probabilmente questo l’aspetto più curioso di “Affamati da morire”: attraverso piatti e consuetudini ricorda che il cibo non accompagna soltanto i momenti nei quali abbiamo voglia di festeggiare. Entra in scena anche quando le parole servono a poco. Qualcuno prepara una pentola, qualcun altro apparecchia, un altro ancora porta un dolce. Si mangia insieme perché bisogna pur continuare a vivere. E forse non esiste gesto gastronomico più antico di questo.
“Affamati da morire”, 144 pagine, ISBN 979128145-3333, prezzo 16 euro.
