Il retroscena Il Cavaliere: così il Pd spinge il Colle contro di me

RomaLa chiusura del cerchio. A Palazzo Grazioli la leggono così l’uscita di Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato e dalemiana doc. Una sorta di timbro su quello che nei giorni scorsi Silvio Berlusconi aveva definito «uno schema» ormai in piedi da dopo 25 aprile. La presidente dei senatori democratici, infatti, si spinge fino a dire che il Paese «deve sapere chi sta con Napolitano e chi sta con ’ghe pensi mì» (cioè il Cavaliere), rilanciando lei per prima un clima di scontro tra Palazzo Chigi e il Quirinale e invitando a schierarsi da una parte o dall’altra. Una conferma dei timori del premier, che da dopo il discorso del 25 aprile a Onna - quando i sondaggi fecero registrare il maggior consenso di Berlusconi sia tra gli elettori del centrodestra che tra quelli che non avevano votato né Pdl né Lega - più volte ha guardato con una certa perplessità il silenzio del Colle davanti a quello che non ha esitato a definire un «assedio mediatico e giudiziario». «Un attacco - ricorda oggi Piero Testoni, deputato Pdl - iniziato all’indomani di un discorso che invitava alla pacificazione nazionale». Una strada, quella imboccata dal Cavaliere, che rischiava di aprire a Berlusconi le porte di un futuro al Quirinale e per questo avrebbe messo in crisi il Pd.
Da allora - lo si è ripetuto anche nella lunga riunione con i vertici della Lega nel giorno della bocciatura del Lodo Alfano - i rapporti tra Colle e Palazzo Chigi sono andati raffreddandosi. Perché - è il ragionamento fatto dal premier - il capo dello Stato si fa tirare per la giacchetta, prestandosi a far da sponda al Pd. D’altra parte, spiega un ministro molto vicino a Berlusconi, «non avendo il Partito democratico altre armi punta tutto su un uomo che considera intoccabile». Anche in chiave anti Di Pietro, che non a caso a Napolitano non le manda a dire. Dopo la sentenza della Consulta, però, Berlusconi ha deciso un netto cambio di passo, convinto sia arrivato il momento di «non restare più alla finestra». La linea, insomma, è quella di replicare «colpo su colpo». E non necessariamente con il Cavaliere che ci mette la faccia. Non è un caso, dunque, che all’affondo della Finocchiaro risponda il vicepresidente dei senatori del Pd Gaetano Quagliariello. «In maniera probabilmente inconsapevole - ironizza - la sua dichiarazione “o con Napolitano o con ’ghe pensi mì” nega infatti al capo dello Stato il suo status di potere neutro, lo getta nell’arena e lo contrappone direttamente al primo ministro». Parole che raccolgono proprio quei timori su cui il premier aveva insisto la scorsa settimana: il tentativo del Pd di contrapporre il Quirinale a Palazzo Chigi. Lo dice in chiaro Osvaldo Napoli, vicecapogruppo del Pdl al Senato: «La senatrice Finocchiaro poteva evitare di strumentalizzare fino a questo punto la figura e il ruolo del presidente della Repubblica».
Il clima, insomma, non è certo quello del dialogo. E il passare dei giorni continua a non favorire una ripresa del confronto, magari per affrontare la questione riforme (istituzionali e della giustizia). Berlusconi, però, resta convinto della necessità di un deciso cambio di passo, quello che nei suoi colloqui privati ha già più volte definito «un nuovo predellino». Il punto, però, restano gli argomenti su cui puntare che, fa notare uno dei suoi collaboratori, devono ancora essere individuati. La tentazione presidenzialista c’è, ma si guarda con un certo interesse anche alla decisione di Nicholas Sarkozy di abolire l’Irap.
Di certo, un percorso riformatore dovrà essere concordato con la Lega di Umberto Bossi da una parte e Gianfranco Fini dall’altra. Il primo pronto a mettere nel pacchetto anche i decreti attuativi del federalismo fiscale e il secondo, almeno al momento, non troppo entusiasta. Se il presidente della Camera è da sempre favorevole al semipresidenzialismo alla francese, ieri il direttore scientifico della finiana FareFuturo, Alessandro Campi, sottolineava come «il presidenzialismo non è un regime che si incardina tutto intorno alla figura di un uomo solo» e «non può essere sbandierato alla stregua di una ritorsione politica contro gli avversari».
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