Il retroscena E Casini torna a teorizzare la politica dei due forni

RomaChi non gradisce, ovviamente con fare denigratorio, la definisce «politica dei due forni». Aggiungendoci, come ha fatto il ministro leghista in questione, l’aggettivo un po’ irriverente di «democristianoni». Ma il diretto interessato, Pier Ferdinando Casini, non si scompone affatto, ben conscio che al di là del tono tra l’ironico e lo sdegnoso l’immagine è azzeccata. D’altra parte, il primo a teorizzare che per comprare il pane ci si doveva servire di tutti e due i forni a disposizione (quello di sinistra del Psi e quello di destra di liberali ed eventualmente missini) fu Giulio Andreotti, uno che il leader dell’Udc non può non considerare un padrino politico. E Casini - forte del risultato delle politiche di un anno fa e delle europee di giugno - è proprio su questa falsariga che ha deciso di giocare la partita delle regionali.
L’Udc, insomma, s’è messo in gioco. E a parte le corazzate (Lombardia e Veneto da una parte, Toscana ed Emilia-Romagna dall’altra) punta ad aprire fronti di trattativa in tutte le regioni che andranno al voto. E se è vero che in alcune pesa meno (vedi il Piemonte), in altre può risultare decisivo (vedi la Puglia). L’intenzione, insomma, è quella di «scardinare candidature già esistenti per costruirne di nuove», ovviamente conciliabili con l’elettorato moderato dei centristi. Che poi siano sostenute dal Pdl o dal Pd, assicura chi con Casini parla tutti i giorni, «è cosa che interessa poco». La partita dell’Udc, dunque, è piuttosto lineare. Perché dopo aver retto all’impatto delle politiche - che secondo alcuni l’avrebbero spazzata via - e poi bissato con le europee, a questo punto l’obiettivo è «capitalizzare». Senza però ipotecare il proprio futuro politico con un’alleanza strategica. Anche perché, va detto, quest’ultima sarebbe una strada difficilmente percorribile. Con il rischio che gli elettori rimasti fedeli all’Udc non capiscano oggi un’accordo di prospettiva con il centrosinistra come un’intesa con l’asse Pdl-Lega.
La situazione, però, se possibile è ancor più fluida. Perché alla corsa verso le regionali si sovrappone la partita tutta interna alla maggioranza tra Pdl e Carroccio. Il Partito del Sud, infatti, è solo la punta dell’iceberg di un’insofferenza verso certe accelerazioni della Lega che è piuttosto condivisa: non solo dai finiani o dagli ex di An, ma anche dai cosiddetti «sudisti» che vengono da Forza Italia. E molti di loro - da Sandro Bondi a Fabrizio Cicchitto, passando per Marcello Dell’Utri e Raffaele Fitto - stanno facendo pressioni sul Cavaliere affinché apra al più preso il dossier Udc. È ovvio, infatti, che un riavvicinamento con Casini - che non ha caso ieri ha risposto per le rime al Senatùr - non potrebbe non ridimensionare le ambizioni leghiste. In questo quadro, dunque, fa parte del gioco che Bossi decida di dar fuoco alle polveri, proprio da quella Ponte di Legno che prima della malattia l’aveva viso tante volte affondar colpi. Tanto che ieri qualcuno ricordava una sua esternazione del ’93: «I democristiani si devono suicidare e poi venire da noi con le mani alzate».

I toni sono cambiati, il succo no visto che il Carroccio resta decisamente contrario a qualsiasi alleanza con l’Udc. Che alla fine, però, si farà in più d’una regione del Centro-Sud, visto che il centrodestra non ha nessuna intenzione di regalare all’opposizione una tornata elettorale tanto importante.

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