Il retroscena La rabbia e l’orgoglio del presidente tradito dai compagni

RomaUn Ponzio Pilato, un re travicello, tremulo e pavido, che «china la testa» e scappa come un Vittorio Emanuele III qualsiasi, un mezzo golpista del quale bisogna chiedere l’impeachment. Giorgio Napolitano ci ha pensato su mezza giornata, ha considerato troppo tiepida la difesa del Pd, poi ha deciso che era troppo, che era il caso di «tracciare una riga netta» e di stroncare attacchi e polemiche e riaffermare il suo ruolo «indipendente e imparziale». Per farlo, ha scelto di aprire le finestre del palazzo e di mettere on-line una precisazione lunga e puntuta, con tre punti chiave. Primo. «Non era sostenibile» che in due grandi regioni il candidato e la lista del principale partito di governo non potesse partecipare alle elezioni. Secondo. Il bene del diritto al voto non è inferiore a quello del rispetto delle regole formali. Terzo. Smettetela tutti di tirarmi per la giacchetta: il centrosinistra non deve rivolgersi al capo dello Stato «con aspettative e pretese improprie» e «chi governa deve rispettarne costantemente le funzioni e i poteri».
Insomma, altro che pavido, qui ce n’è per tutti. Eppure, dopo aver risolto a fatica «una vicenda spinosa», Napolitano si era imposto di mantenere un basso profilo british, istituzionale, e di non replicare ai previsti attacchi in arrivo dal fronte dipietrista. Ancora in mattinata, nonostante la «veglia funebre delle democrazia» messa in scena sulla piazza del Quirinale da un gruppetto di esaltati viola, il capo dello Stato pensava che bastassero quelle quattro righe di comunicato notturno per spiegare il perché della scelta. La firma serve «per una rapida e certa definizione delle modalità di svolgimento della consultazione elettorale».
Ma come diceva Totò, ogni limite ha una pazienza. E poi in certi casi è meglio strappare alla radice ogni erbaccia polemica per non farsi sballottare dai chiacchiericci del Transatlantico e dai retroscena giornalistici. Così in serata, dopo aver chiamato i dirigenti del Pd poco solerti nel «coprirlo», ecco le decisione di raccontare agli italiani quello che è successo e perché, e di farlo con il mezzo più moderno e democratico possibile: internet. E la lettera, diffusa dal sito del Colle, diventa l’occasione per assestare qualche sonora randellata.
La più forte è destinata a Di Pietro e soci e a chi contesta la costituzionalità della firma. Nei giorni scorsi, scrive Napolitano «autorevoli esponenti dell’opposizione avevano dichiarato di non voler vincere, neppure in Lombardia, per abbandono dell’avversario o a tavolino». Quindi «il problema era di garantire che si andasse alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici». E non è vero, insiste, che il Quirinale ha chinato la testa davanti a Palazzo Chigi. «Diversamente dalla bozza prospettata dal governo giovedì sera, il testo successivo... non ha presentato a mio avviso vizi di incostituzionalità».
La seconda è per il centrosinistra. Da più parti «si era parlato di una soluzione politica concordata tra maggioranza e opposizione». Ma, «per il clima elettorale» e perché «sappiamo quanto risultino difficili gli accordi», l’intesa non è stata possibile. «La soluzione politica - spiega ancora il presidente - avrebbe pur sempre dovuto tradursi in soluzione normativa, in un provvedimento legislativo». I tempi «erano a tal punto ristretti che quel provvedimento non poteva che essere un decreto legge». E del resto nessuno «ha indicato un’altra soluzione più esente da vizi», nessuno del centrosinistra mi ha dato un’alternativa.
Da qui il fastidio del capo della Stato per le pressioni ricevute negli ultimi giorni dal Pd. Napolitano, parlando con i suoi, salva soltanto Massimo D’Alema che già da venerdì chiedeva di lasciarlo in pace e che adesso dichiara che «Napolitano non poteva non firmare». Il problema, si legge ancora, non era di schierarsi, ma di scegliere il male minore e tenere in vita «due interessi meritevoli di tutela in uno Stato di diritto».
Certo, alla fine dei giochi resta molta amarezza. Napolitano si trova ad arbitrare un Paese dove sono impossibili accordi tra le parti, «per tendenze all’autosufficienza e alle scelte unilaterali di una parte», il centrodestra, e «per diffidenza di fondo e indisponibilità dell’altra», il centrosinistra. Se questo è il quadro, ragiona il capo dello Stato, come si può solo ipotizzare le pur necessarie riforme? E «la vicenda spinosa» ha peggiorato il clima, portando gravi contrasti e divisioni e acuendo tensioni politiche e istituzionali». Tutti devono «rendersene conto». Quanto a Napolitano, è «deciso a tenere ferma una linea di indipendente e imparziale svolgimento del ruolo» che la Carta gli assegna. Per il futuro vuole «responsabilità e cooperazione» e non farà sconti a nessuno.
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