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Addio Palestina, ora la sinistra scopre il Venezuela e gli artisti sono pronti al "bolivarismo"

Dopo la rimozione di Maduro si prepara il cambio di guardaroba. Via il medioriente, arriva il tricolore sudamericano: scommesse aperte su chi sarà il primo radical-chic a lanciare la moda

Addio Palestina, ora la sinistra scopre il Venezuela e gli artisti sono pronti al "bolivarismo"
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Esiste un fenomeno fisico, quasi magnetico, che regola le agende degli artisti impegnati. Non è la ricerca della bellezza e nemmeno necessariamente quella del talento, ma la forza di gravità delle piazze. Funziona così: quando una causa diventa sufficientemente "pop" da riempire i feed di Instagram e le testate dei giornali che contano, scatta la corsa al posizionamento. È successo con la causa palestinese e, c'è da scommetterci, succederà con quella venezuelana, anche perché qualcosa già si sta muovendo. Il Paese sudamericano, dopo la deposizione di Maduro, sta diventando, ora dopo ora, il nuovo terreno fertile per l'indignazione a favore di telecamera. Gli stessi movimenti che fino a ieri sventolavano i vessilli palestinesi ora stanno sventolando quelli venezuelani e anche gli slogan sono gli stessi, basta solamente cambiare il nome del Paese e adattarlo alla metrica.

A mezza voce le scommesse sono già aperte: quale sarà il primo artista che abbraccerà la causa? E no, nemmeno stavolta Fiorella Mannoia fa conto, lei gioca un campionato a sé. Per gli altri, bisogna solo aspettare qualche settimana e arriveranno i posizionamenti. Anzi, i primi sulla linea di partenza potrebbero essere gli attori che saranno alla notte degli Oscar e poi a seguire ci saranno gli artisti italiani che prenderanno spunto. A quel punto, vedremo la consueta trasformazione: il look si farà leggermente più etnico, lo sguardo più cupo e la retorica si riempirà di riferimenti alla libertà dei popoli. La kefiah tornerà nei cassetti e lascerà il posto a sciarpe con il tricolore del Paese sudamericano, abiti con la stessa tinta e poi chissà, magari qualcuno oserà pure indossare un bel poncho, magari rivisitati da qualche stilista amico per evitare l'effetto troppo "mercatino rionale", pronti a essere sfoggiati durante le interviste nelle quali si spiegherà che Caracas è la nuova frontiera dell'anima. Oppure, immaginando in grande, c'è il basco alla francese, ma in versione "bolivariana", che portato con la giusta inclinazione, suggerisce che l'artista ha a cuore la storia del Sudamerica, che lo trasforma in un esule ideale tra i Navigli e Trastevere (nel suo immaginario) ma che in realtà lo colloca tra Brera e Roma Nord.

Dovranno essere bravi a cavalcare l'onda ma non bisogna dubitare della loro capacità di adattamento: sono maestri nel trasformare una crisi geopolitica in un accessorio di tendenza, in un modo per conquistare pubblico, vendere canzoni, recuprare qualche follower. Presto arriveranno i concerti benefici, le letture in streaming, le immagini da pubblicare nelle storie di Instagram e le spillette colorate. Vedremo gli stessi volti che ieri invocavano la pace a senso unico riscoprirsi esperti di democrazie sudamericane. Tutto questo mentre il Venezuela esulta per l'operazione di Trump che ha liberato il Paese. Ai paladini del pensiero corretto non interessa minimamente cosa pensino davvero a Caracas o cosa provi chi ha finalmente visto la fine di un regime oppressivo grazie a un intervento firmato "The Donald".

Per l'artista medio, il parere dei venezuelani è un dettaglio trascurabile rispetto alla necessità di apparire allineati con i diktat della propria bolla di riferimento. Il loro non è un sostegno al popolo, ma un tributo pagato al sistema di potere culturale che decide chi è dentro e chi è fuori.

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