Non c'è mai nulla di casuale nelle tragedie. A posteriori tutto assume una forma, una sequenza, un senso persino razionale, anche quando ogni cosa sembra assurda. A Crans-Montana quella logica è stata di una crudeltà geometrica, una selezione per centimetri, per secondi, per decisioni minime. Chi è rimasto fuori dal locale Le Constellation adesso ringrazia un rifiuto, un codice dimenticato, un buttafuori inflessibile. I custodi della soglia, arbitri silenziosi della notte. Quelli che ti lasciano al freddo e quelli che fanno entrare. Alcuni hanno salvato vite trascinando ragazzi fuori dalla sala di sotto, come Stefan, il bodyguard che secondo gli amici ha aiutato decine di persone a scappare e che ancora manca all'appello. Altri, richiamati all'interno dalle urla "al fuoco", hanno lasciato la porta principale sguarnita e allora la folla in coda si è riversata dentro proprio mentre chi era già tra le fiamme cercava disperatamente di uscire. Entrare e uscire, spingere e fuggire. La fisica elementare del panico. Tutto è cominciato con le fontane pirotecniche, giochi di scintille, da mettere a terra o da tenere in mano con un minimo di attenzione. Lo si sapeva, ma adesso c'è la parola della procura del Canton Vallese.
Questo il motore primo che scatena la tragedia, l'imponderabile, poi c'è il piano freddo, burocratico, che arriva sempre dopo il fumo. Permessi, responsabilità, firme. In Vallese la prevenzione incendi è competenza comunale. I controlli dovrebbero essere annuali per i locali aperti al pubblico. Annuali. Non occasionali. Non tre volte in dieci anni. Se le dichiarazioni del gestore fossero vere, qualcuno ha chiuso un occhio. O due. E se i controlli ci sono stati davvero, allora bisogna spiegare come una schiuma insonorizzante altamente infiammabile potesse essere lì, forse dal 2015, sopra le teste di centinaia di ragazzi.
Come è possibile un dramma del genere? A Crans-Montana la domanda rimbalza contro le vetrine chiuse, contro un locale annerito che fino a poche ore prima prometteva champagne e futuro. L'inchiesta è in corso e dovrà stabilire le responsabilità. Le domande si accumulano. Quali erano le regole di sicurezza antincendio? Chi doveva controllare? Quando è stato fatto l'ultimo sopralluogo? C'erano uscite di emergenza sufficienti e segnalate? E soprattutto: com'è possibile che un materiale così infiammabile fosse installato sopra un locale aperto al pubblico, forse già dal 2015? Questa è materia di tribunali.
Nel Vallese, a differenza di altri cantoni svizzeri, la prevenzione incendi è competenza comunale. Il Cantone coordina e vigila, ma la responsabilità operativa è affidata ai singoli comuni. Ogni centro amministrativo ha un proprio responsabile della sicurezza antincendio. È una scelta che punta sulla prossimità, sulla conoscenza diretta del territorio, sulla fiducia. Una fiducia che però, nelle notti come questa, mostra il suo lato fragile. C'è un responsabile della sicurezza anche a Crans-Montana, ma c'è un gioco di sponde e rimandi. Il sindaco resta vago, rinvia alla polizia cantonale e dal Cantone arriva una conferma parziale: controlli ci sono stati, nessuna irregolarità segnalata. Allo stesso tempo, con una contraddizione difficile da non rimarcare, si parla di "grosso problema" nei materiali utilizzati, dell'ipotesi di ristrutturazioni successive ai controlli. Tradotto: qualcosa è sfuggito. O qualcuno ha smesso di guardare. Di sicuro i proprietari, indagati per omicidio colposo, avevano la licenza per la ristorazione ma non per il ballo. Non avrebbe dovuto essere una discoteca. Jacques Moretti, gestore del bar, sostiene che in dieci anni ci siano stati tre controlli e che tutto fosse in regola. A chi credere? Il sindaco Nicolas Feraud sentito proprio oggi come testimone dalla procura. Non è indagato ma un po' trema. Le prescrizioni vallesane parlano chiaro: i locali accessibili al pubblico devono essere sottoposti a ispezioni periodiche annuali. Ogni anno. Non a campione, non quando capita. Tre controlli in dieci anni non sono una svista, sono un buco nel sistema. La procuratrice Beatrice Pilloud ha confermato che i controlli sono stati pochi e carenti. Qui il caso Le Constellation smette di essere solo una tragedia e diventa un test per l'architettura dei controlli. Il modello comunale funziona se la fiducia non diventa abitudine o indulgenza. Jacques e Jessica Moretti restano liberi. Non ci sono le condizioni per la custodia cautelare. Il comune, sotto accusa per controlli carenti o non dimostrabili, si prepara a presentarsi come parte civile nei futuri processi. Un cortocircuito istituzionale che pesa come un macigno: controllore e accusatore, garante della sicurezza e soggetto che chiede giustizia. È anche questo un segno dei tempi. Dentro questo quadro normativo, si muovono le storie individuali. I buttafuori che respingono e salvano vite senza saperlo. Le porte lasciate incustodite nel momento peggiore. I ragazzi che entrano mentre altri cercano di uscire.
Il caos che si infila negli interstizi delle regole non applicate.La vita spesso si infrange contro una domanda: si poteva evitare? La risposta esatta francamente non c'è. Certo che sì, ma poi c'è sempre un tiro di dadi che nessuno può controllare.