Rispunta Passigli, il ds ossessionato da Silvio

Dietro la bozza Chiti c’è la mano del giurista autore del primo testo del 1994

Stefano Filippi

D’Alema ha la passione della barca e dei risotti, Prodi della bicicletta, Berlusconi delle canzoni napoletane, e l’ex senatore diessino Stefano Passigli quella del conflitto di interessi. È la causa cui il sessantottenne professore fiorentino ha deciso di votarsi, l’oggetto pressoché esclusivo delle sue ricerche, il tema al quale - scrive lui stesso in un libro pubblicato cinque anni fa - «ho dedicato tanta parte della mia attenzione di studioso e parlamentare». È «il problema principe della democrazia», «pericoloso per le sue stesse fondamenta», «ha una veste pervasiva e nascosta, la veste di una manipolazione dell’opinione pubblica» che può «trascinare il Paese in un regime plebiscitario fondato su uno spurio consenso di massa sollecitato dai media».
Probabilmente non poteva dedicarsi ad altro, uno che per anni ha occupato la cattedra di Scienza della politica fondata da Giovanni Sartori all’università di Firenze. Ma Passigli ha insegnato anche a Padova, Bologna, Harvard e all’università del Michigan. È entrato in Senato nel 1992 con il Partito repubblicano ed è stato rieletto nel ’94 nella Sinistra democratica accanto a Bruno Visentini, uno dei padri del Partito d’azione il quale non ebbe difficoltà, negli anni ’60 e ’70, a essere presidente dell’Olivetti e contemporaneamente vicepresidente di Confindustria, vicepresidente dell’Iri, deputato, più volte ministro di dicasteri economici. Allora però di conflitto d’interessi non si parlava.
Il problema si pone con la discesa in campo di Silvio Berlusconi. È allora che Passigli porta allo scoperto la sua vera vocazione ma s’incammina anche lungo una via crucis non ancora conclusa, perché nessuno dei suoi testi è destinato a diventare legge. Colpa del centrosinistra, e il professore non l’ha mai nascosto. Nell’estate del ’94 firma il primo disegno di legge che ruota (come le altre «bozze Passigli») su due cardini: «blind trust» e «cessione del bene conflittuale», cioè vendita.
Il Senato approva con qualche modifica quel progetto il 13 luglio 1995, prima delle ferie, ma non c’è tempo per il voto della Camera. Lo stesso professore spiega che non mancò soltanto il tempo (la legislatura fu interrotta dopo pochi mesi), ma soprattutto la volontà: il centrosinistra temeva che l’approvazione di norme troppo severe alla vigilia del voto avrebbe consentito a Berlusconi di denunciare una manovra per penalizzarlo.
Quando Romano Prodi vince le elezioni, davanti a Passigli (nel frattempo diventato diessino) si stendono cinque anni per coronare l’impresa. La legge varata dal Senato viene ripresentata subito ma si pianta lì. Neppure esaminata. «La maggioranza pensava che fosse più opportuno regolamentare il conflitto di interessi nell’ambito complessivo della Commissione Bicamerale», si lamenta Passigli.
Sono anni d’angoscia per il Professore, cavaliere solitario in lotta con i suoi stessi alleati. Nel 1998 la Camera approva all’unanimità (una sola astensione) un testo che prevedeva il «blind trust» e non la vendita. Normativa troppo morbida, per il duro Passigli, fautore dell’esproprio. Così, quando la legge approda al Senato, lui - che ne era il relatore - la tiene bloccata per due anni in Commissione. Due anni di guerra di trincea. Finché nel febbraio 2001 «la sinistra ebbe un tardivo risveglio», come scrive Giovanni Sartori, e vara al Senato una legge pesante per Berlusconi. Un tentativo velleitario, perché ormai non c’è tempo per il passaggio alla Camera. Ma la sinistra e Passigli possono dire di aver fatto il possibile.
Negli ultimi cinque anni Passigli è stato relatore al Senato di un unico disegno di legge. Il titolo, ovviamente, è «Norme sul conflitto di interessi». Nel 2006 non è stato ricandidato. Ma non ha smesso di combattere il Grande Nemico. E adesso, dietro la «bozza Chiti» del governo, c’è la mano sua e di un altro grande escluso, Franco Bassanini. La dura legge degli ex.

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