Rock ed eroina, i "maledetti": Eric Clapton, Keith Richards, Lou Reed

Dopo una vita di eccessi e una scia di amici morti tragicamente sono ancora sulla breccia. Per miracolo

Rock ed eroina, i "maledetti": Eric Clapton, Keith Richards, Lou Reed

Adesso lo vedete coi capelli corti, la barba curata e gli inseparabili completi di Armani. Solo quando imbraccia la sei corde si rivela per quel che è, Eric Clapton, il dio della chitarra, come stava scritto sui muri di Londra. Un fenomeno della musica ma anche un fenomeno di resistenza fisica per quante ne ha passate. Nel 1966 comincia a imbottirsi di Lsd perché «aiuta le esplorazioni della mente». Da allora un’escalation inarrestabile. Clapton spende mille sterline alla settimana per la droga. All’ultimo stadio vende le sue fuoriserie e incarica un amico di vendere tutte le sue chitarre a qualunque prezzo. Era il re della chitarra ma anche il re del consumo di droga, ma la sua fibra forte - o forse un patto col diavolo come facevano i bluesmen - gli ha evitato la fine di Jim Morrison e di coloro che si sono immolati cavalcando l’immagine del ribelle. Clapton ne è uscito con l’agopuntura elettronica («abbastanza dolorosa», dice lui) in una clinica del Sussex, ma non ha abbandonato la bottiglia, continuando a viaggiare sulla corsia di sorpasso con l’alcool (nell’81 per poco ci lascia la pelle con un’ulcera perforata). L’anno prima, «strafatto» come più non si poteva, era morto il suo bassista Carl Radle.
Il volto di Keith Richards par un incrocio tra una tartaruga e una maschera azteca; è uno zombi che da mezzo secolo aggredisce la chitarra con tre accordi nervosi punteggiando i riff più celebri della storia. Gareggia in bagordi «drogaioli» con Brian Jones ma quest’ultimo se ne va completamente fuori di testa, annegato nella sua piscina. Sarà questione di fibra, di fortuna, di tenuta psichica. Hanno iniziato tutti perchè ne avevano bisogno (lo raccontano i Beatles prima di diventare famosi: «per suonare otto ore per notte e sopravvivere bisognava imbottirsi di pillole») per tirare avanti, o perché era un atto trasgressivo che ci si aspettava da loro, e ne son rimasti intrappolati. Ma c’è chi è crepato a vent’anni e chi ha superato i 60, come Richards, il cui sguardo con vista sull’aldilà è ancora oggi un irresistibile sex symbol, come dimostra la splendida foto pubblicitaria di Vuitton.

Per anni la siringa è stata la sua migliore compagna; artista dannato scoperto da Andy Warhol, sconvolto frequentatore di locali chic e di strade malfamate (in cui ha celebrato la «regina» Heroin, il mondo dilaniato dei Transformer, e le passeggiate «sul lato selvaggio della strada»). I suoi amici gli son caduti al fianco come le foglie (l’album Songs For Drella è dedicato alla scomparsa di Warhol) e lui nonostante il look e lo sguardo inquietante, anima l’avanguardia newyorchese al fianco di musicisti estremi come John Zorn e Laurie Anderson, (con cui oggi vive tutto casa e famiglia).

Quando esplode con gli Stooges Iggy Pop è soprannominato «Iguana». Il padrino del punk ha vissuto camminando sul sottile filo teso fra depravazione e follia. Gli amici lo definiscono «un selvaggio tipo da strada dedito all’anfetamina e maniaco della chitarra». Rock (album come The Stooges e da solo The Idiot), violenza (risse e botte ai concerti), cocktail allucinanti (ad Haiti si faceva Coca Cola e Pina colada mischiate con tintura canforata d’oppio), oggi le sue foto da artista vissuto campeggiano sulle copertine delle riviste patinate e fanno fremere più di una donzella. E lui, oltre che in forma, è ancora un signor musicista. Dopo secoli ha riformato gli Stooges, zoppica visibilmente ma è inimitabile il modo in cui è tornato sul palco. «Così - scrive Paul Trynka nella sua biografia - la musica, che spesso era stata giudicata stupidità, appare come una sublime forma di grandezza». E questo è il miracolo che annulla (per tutti loro) il sangue, il passato, il dolore.

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