Foto velate da una patina di antico, che, invece di coprire la città, finisce per metterla a nudo, esaltandone le bellezze senza tempo. Altre così definite da sembrare disegni o, invece, scolorite e appena percettibili. Alcune uniche, molte ripetute in serie per provare su un solo soggetto diverse tecniche di sviluppo e stampa. La città che non cè più si mette in mostra nelle sue pose da musa e modella. Fino al 9 marzo la Calcografia ospita la mostra Roma 1840 -1870. La fotografia, il collezionista e lo storico, che riunisce 120 scatti, taluni inediti, realizzati nella capitale agli albori della fotografia, provenienti dalla collezione di Filippo e Orsola Maggia.
Lesposizione illustra levoluzione della tecnica e dellarte fotografica a Roma - dagli esordi allavvio del professionismo con Anderson e Dovizielli - e del collezionismo ad esse legato, senza trascurare la panoramica ottocentesca sulla città e la sua campagna.
Si parte da scatti «modello», che prendono spunto dai soggetti delle incisioni per proporne una visione obiettiva, almeno in apparenza non modificata dalla creatività del fotografo. Così la medesima inquadratura, firmata da autori diversi, moltiplica limmagine dei monumenti capitolini su albumina, carta salata, acquatinta da dagherrotipo. Processi chimici e stampe differenti - tutte originali - che modificano lo scatto stesso. O meglio, lo stesso scatto. La fotografia deve riprodurre fedelmente ciò che si vede a occhio nudo, fornendone uninterpretazione poetica. Con il tempo e lacquisizione di nuove tecniche, gli scatti cambiano. Anche il mercato. La foto si fa souvenir e come tale può essere «viziata» dalla ricerca della bellezza. Contemporaneamente diventa elemento di studio per artisti, modello per i dettagli delle loro opere. A farla da padrone è il paesaggio, ma vero protagonista è lo sguardo del fotografo che a quel paesaggio riconosce unanima. Così gli alberi di Simelli sono un intricato labirinto. Quelli di Macpherson, «architetture» che tendono al cielo.
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