Il romanzo è vivo Ma critici e scrittori si sono trasformati in terribili zombi

La nuova edizione di «Scrittori e popolo» di Asor Rosa ha stimolato un dibattito effervescente come un cimitero a mezzanotte

C he differenza c'è tra i critici letterari italiani e gli zombi? Gli zombi, nei film horror, sono dei morti viventi, come i critici letterari sulle pagine culturali dei giornali, ma mentre gli zombi una volta erano vivi, i critici italiani sono sempre stati morti. Inoltre gli zombi non parlano, questi appena gli dài la parola attaccano un requiem e poi un inno a se stessi. L'ultimo intervistato è stato Franco Cordelli, sul Fatto Quotidiano . Cosa ha detto il morto che parla? In sintesi: il romanzo è morto, i critici non contano più niente, tutta colpa de Il nome della rosa e della società di massa (ed Eco sarebbe «il capostipite del nuovo prodotto di consumo», come se prima i bestseller di Moravia fossero l' Ulisse di Joyce). Ancora sul Fatto intervengono altri sfatti: Enzo Di Mauro ce l'ha col pubblico omologato, lobotomizzato, schiavizzato. Antonio Pascale cita Stephen Pinker, ho un moto di entusiasmo e stima improvvisa, però poi afferma che «negli ultimi anni abbiamo avuto ottimi titoli, basta guardare i vincitori del Premio Strega» e mi sono cascate le braccia e gli attributi maschili sotto il divano.

In generale è l'eterno ritorno di Gramsci, dell'intellettuale organico, dove Saviano è «uno scrittore lodevole» perché «denuncia», in Italia non sono ancora pervenuti Barthes, Genette, neppure il sasso in bocca di Lacan (bisognerebbe metterglielo davvero un sasso in bocca, a questi), e io che mi lamento non abbiano letto Darwin, Einstein o Hawking, figuriamoci, stanno ancora a discutere su Scrittori e popolo di Alberto Asor Rosa.

Sul New York Times i dibattiti tra i critici riguardano i romanzi, da noi i critici si leggono solo tra loro. Se le pagine culturali emanassero odori, appena scrive un critico sentireste un fetore di putrefazione e vomitereste senza capire di cosa sta parlando. Non ce n'è uno che abbia prodotto uno studio serio su uno scrittore vivente. Gli accademici? All'università invitano a tenere lezioni Saviano, Ammaniti, Scurati, perfino Fabio Volo. Talvolta citano Giacomo Debenedetti, che però scrisse su Proust appena usciti i primi volumi della Recherche . Appena possono citano Pasolini, il santino che si sono appesi alla bara. In genere il discorso inizia con «come aveva capito Pasolini...» e finisce con «io sostengo la stessa cosa».

In realtà Pasolini non aveva capito niente, vorrei sapere quale grandezza epistemologica c'è in Ragazzi di vita o Le ceneri di Gramsci e chi se li legge, e i grandi scrittori se ne sono sempre fregati della politica, da Flaubert a Joyce a Kafka a Beckett l'unico impegno che hanno avuto era produrre dei capolavori, non denunciare la mafia o la corruzione, per quello ci sono i giornalisti e i magistrati. Proust neppure si accorse della prima guerra mondiale, in compenso si lamentava con Gallimard che venisse spinto un certo Pierre Hamp, autore popolare e sociale, infatti chi se lo ricorda più, giusto perché lo cita Proust nell'epistolario.

Qualche anno fa Alfonso Berardinelli e Filippo La Porta, due zombi che si citano a vicenda, si inventarono che gli scrittori erano i critici, non i romanzieri. Tuttavia visto che il romanzo era morto non si capiva di cosa dovessero scrivere i critici. Ho ricevuto io stesso, in quanto scrittore, i loro libri, e mi chiedevano di recensirli, comica inversione dei ruoli. Per la cronaca: di Berardinelli mi arrivò Il critico come intruso , con la sua faccia e il suo ciuffo in copertina, dove parlava di se stesso dalla prima all'ultima pagina. Di Filippo La Porta Meno letteratura, per favore! , un titolo un programma, e l'elogio lo riservava al suddetto compagno di merende Berardinelli, oltre che a se stesso, Laporta girevole. Inutile dire dove li ho mandati. Nicola Lagioia se li è invece lisciati uno a uno per dieci anni, e ha vinto il Premio Strega, presentato dal succitato palindromo Asor Rosa perché scrittore del popolo (pugliese), un premio dove tra l'altro i giurati sono quasi tutti critici e candidati. Un caso emblematico di uso della lingua critica è quello di Angelo Guglielmi: anni fa su Tuttolibri diretto da Nico Orengo definì Orengo il miglior scrittore italiano, pochi giorni dopo sull' Unità diretta da Furio Colombo il miglior scrittore era Furio Colombo (anzi «facitore d'arte», da frustarlo solo per questa espressione). È lo stesso, Guglielmi, che bollò un genio come Aldo Busi «scrittore di brutti libri».

L'unico a leggere davvero qualche romanzo contemporaneo, specialmente straniero, è Emanuele Trevi, ma per hobby, la sua attività principale è essere giurato del Premio Strega e provare a vincerlo con i propri romanzini centrati sul target delle casalinghe annoiate, e in confronto ai quali sono complessi perfino i romanzi di Selvaggia Lucarelli e Guia Soncini. Una fuori dal coro era Carla Benedetti: il suo merito è un saggio su Moresco sempre annunciato e mai uscito. Forse meglio così, tenuto conto di Pasolini contro Calvino , nel quale Pasolini è superiore a Calvino perché denunciava il potere, non se ne esce. Ucciso da un complotto, va da sé.

Quest'estate, sebbene giustamente non se ne sia accorto nessuno, è scoppiato anche un dibattitino in rete tra Andrea Cortellessa, Gilda Policastro e Paolo Febbraro sulla poesia, una cosa da suicidio, ognuno lì a guardarsi il proprio ombelico brutto e cadaverico (almeno la Policastro è una bella ragazza, basta non apra bocca e non scriva niente). Cortellessa ha sollevato il problema del «poeticidio» (bum!), perché la poesia non la legge più nessuno (colpa sempre dell'industria culturale, e del capitalismo, e quindi Pasolini aveva già detto che... eccetera eccetera) per cui dovrebbe essere finanziata dallo Stato. Il quale casomai, se proprio vogliamo, dovrebbe finanziare i lettori dei poeti, non i poeti, o confinare i poeti in un'isola senza viveri e che si leggano da soli e si divorino l'un l'altro.

D'altra parte niente di nuovo sotto il sole, o meglio sotto la luna che illumina i cimiteri, il ruolo del critico lo avevano già definito Witold Gombrowicz: «Come può un inferiore giudicare un superiore?»; Alberto Arbasino: «Un architetto che non abbia costruito né una casa né una scuola, ma solo cabine da spiaggia o la cuccia del cane»; e ancora più sinteticamente Gustave Flaubert: «Siamo invasi dalla merda». Amen.

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