Salute

Età avanzata, comorbidità e funzione cognitiva pre operatoria: così il rischio di delirio post operatorio è maggiore

Uno studio italiano mette in luce come età avanzata, comorbidità e funzione cognitiva pre-operatoria siano i fattori maggiormente rilevanti nello sviluppo del disturbo: i risultati saranno utilizzati nelle nuove linee guida della Società europea di anestesia e terapia intensiva

Delirio post operatorio, ecco quali sono i fattori di rischio
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Delirio post operatorio: può accadere che, dopo un’operazione chirurgica, il paziente si trovi a doverlo affrontare. Ma non sempre capita. Tale disturbo transitorio, che comporta confusione e alterazione dello stato di coscienza, colpisce alcuni soggetti e non altri. Che cosa dunque fa la differenza?

A far luce sull’argomento è uno studio condotto dal dipartimento di scienze cliniche internistiche, anestesiologiche e cardiovascolari dell’Università la Sapienza di Roma e dal dipartimento di emergenza urgenza e accettazione, aree critiche e trauma, anestesia e rianimazione del Policlinico Umberto I di Roma, in collaborazione con l'Università di Tor Vergata e con l'Università di Firenze.

L'opera è stata pubblicata sulla rivista British Journal of Anaesthesia e i risultati saranno utilizzati nelle nuove linee guida della Società europea di anestesia e terapia intensiva (Esaic).

Il delirium: che cos’è e come si manifesta

Il delirium è un disturbo ad insorgenza acuta, transitorio, con decorso fluttuante e nella maggior parte dei casi di breve durata. Esso comporta perdita dell’attenzione e alterazione dello stato di coscienza. In relazione allo stato psicomotorio esistono tre forme di delirium. Il soggetto con delirio ipercinetico si presenta agitato, confuso, talvolta aggressivo e spesso con allucinazioni. Il delirium ipocinetico è l’opposto: il paziente si presenta apatico e letargico. Vi è infine il delirium misto che si manifesta con caratteristiche tipiche sia del delirium ipercinetico, sia di quello ipocinetico. L’eziologia è multifattoriale.

I fattori di rischio del delirio post operatorio

Il delirio post-operatorio si presenta, secondo i dati forniti dall’ateneo romano, con una frequenza compresa tra il 3% ed il 45% dei pazienti sottoposti ad anestesia generale o locale per un intervento. Esso si associa solitamente a un peggioramento del decorso clinico con un incremento della durata della degenza e delle complicanze cardio-respiratorie durante il ricovero. Non solo: ad esso si associa anche il rischio di disfunzione cognitiva e di mortalità nei 12 mesi successivi all’intervento chirurgico.

Ma ci sono degli elementi che possono facilitare l’insorgenza della sindrome? I ricercatori coinvolti hanno condotto una ricerca sistematica delle evidenze cliniche relative ai fattori di rischio del delirio post-operatorio. Gli studiosi hanno identificato in maniera quantitativa quali sono i fattori che si associano a un incremento del rischio di sviluppare questa grave complicanza.

La lista dei fattori di rischio è stata strutturata in tre fasi, in base al momento in cui possono essere riconosciuti e registrati: rischi pre-operatori, quelli intra-operatori e infine quelli post-operatori. La meta-analisi ha rivelato che sono l’età avanzata, la presenza di comorbidità e la funzione cognitiva pre-operatoria ad avere una maggiore rilevanza nello sviluppo del delirio post-operatorio.

I vantaggi nella conoscenza dei fattori di rischio

Dunque, sapendo quali sono tali elementi di rischio, è possibile individuare con anticipo quali sono i pazienti maggiormente esposti con conseguenze positive in termini di prevenzione.

“L’applicazione di uno screening basato sulle indicazioni presentate in questo studio – affermano Lior Mevorach e Ali Forookhi del dipartimento di scienze cliniche internistiche, anestesiologiche e cardiovascolari della Sapienza e del dipartimento di emergenza urgenza e accettazione, aree critiche e trauma, anestesia e rianimazione del Policlinico Umberto I – permetterà al personale medico ed infermieristico coinvolto nella gestione perioperatoria di identificare la presenza di pazienti ad alto rischio e di mettere in atto iniziative terapeutiche (farmacologiche e non) efficaci nel neutralizzare l’eccesso di rischio”.
“L’auspicio – aggiunge Lior Mevorach, primo autore dell’articolo di revisione – è che l’innovativa metodologia del nostro lavoro e le evidenze che abbiamo riscontrato possano contribuire a definire nuovi standard nella qualità della gestione clinica dei pazienti”.

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