La "santa" Pivano ha scoperto l’America. Ma quella falsa

Ci ha presentato un'élite filoeuropea. Oggi sappiamo che gli Usa non sono affatto così

Ho letto molti degli elogi in mortem per la scomparsa di Fernanda Pivano. Non tutti, sarebbe stato impossibile. Ma molti sì. Anche il nostro giornale ha pubblicato due articoli che trovo sinceramente bellissimi e, almeno per me, molto istruttivi.

Fernanda Pivano è stata sicuramente molto più che un’americanista: è stata un crocevia della cultura italiana dopo la fine della guerra, quando anche noi, grazie prima di tutto a Elio Vittorini e al cinema d’oltreoceano (fino a quel momento assai poco conosciuto nella nostra Italia autarchica che si sognava romana), scoprimmo non soltanto l’America ma anche e soprattutto la nostra voglia d’America.
E di questa voglia lei è stata l’avveduta ancella, per più e più generazioni. Giusti, dunque, gli onori tributati.

Adesso però è tempo di voltare pagina. I tanti articoli che ho letto sulla Pivano sono, più o meno, altrettante commemorazioni di qualcosa che appartiene al passato e solo al passato, e l’eccessivo attaccamento al passato non è cosa sana.

Nessuno dubita del fatto che Fernanda Pivano sia stata l’artefice principale dell’immagine che generazioni di italiani si sono fatta dell’America. Adesso tutti noi voliamo in America, mandiamo i nostri figli a studiare in qualcuna delle sue università, riceviamo visite di scrittori americani ospiti di questo o quel festival o convegno. Ma fino a non molto tempo fa non era così, almeno per chi non faceva parte del jet set. Mio papà, che era laureato ed era anche un uomo di grande intelligenza e cultura, non ha mai nemmeno immaginato di poter fare un viaggio in America, e anch’io sono andato a New York per la prima volta a trentasei anni in una specie di gita premio.
Fino a pochi anni fa nessun italiano, o quasi, conosceva l’inglese, e tutto quello che sapevamo dell’America ci veniva dai film e dai libri. Fino a pochi anni fa i libri erano una cosa molto più importante di adesso, e le librerie erano più ricche, forse proprio perché eravamo un Paese povero, che non poteva permettersi né un volo intercontinentale né qualche anno al British Council.

L’America che ho conosciuto io è stata l’America di Fernanda Pivano, così come l’America di mio papà. Gli eroi di mio papà si chiamavano Hemingway, Faulkner e Dos Passos, i miei (un po’ inferiori) chiamavano Kerouac, Ginsberg, Corso. Ma in tutti e due i casi era l’America della Pivano. Lei ha scelto, naturalmente senza malizia, quello che bisognava conoscere dell’America e quello che non bisognava conoscere. Ha scelto l’America nella quale si poteva specchiare.

Tutti, probabilmente, avremmo fatto come lei, ciascuno a suo modo. Molto sensibile alle tendenze, un po’ meno alla qualità letteraria, la Pivano ha, per esempio, esaltato uno scrittore modesto come Jack Kerouac e passato per decenni sotto silenzio un genio come Flannery O’Connor, che ci offriva un’immagine non sufficientemente mondata del profondo Sud. La sua America è stata un’America piena di Europa: esistenzialista, nichilista, decadente come lo fu il suo scrittore-totem, Ernest Hemingway, sicuramente un immenso scrittore ma anche, culturalmente, il più europeo tra gli americani.
Fernanda Pivano ci ha servito di volta in volta l’America di cui una parte d’Italia, quella culturalmente più prestigiosa, aveva bisogno, esaltandone alcuni aspetti e affossandone altri. Ci ha presentato il Paese che ha liberato l’Italia (ma che l’ha anche colonizzata, per molti aspetti) nei suoi aspetti più simili a noi. Ci ha presentato un’élite americana filoeuropea, che non spadroneggiava con arroganza per le vie d’Italia e che non abbatteva a cannonate chiese e monasteri.
Ma ora che tutti studiamo e parliamo decentemente l’inglese e anche l’angloamericano, ora che tutti possiamo salire su un aereo e raggiungere le principali città americane, adesso che i nostri figli se ne vanno e di nuovo attraversano, come Kerouac, il Paese da est a ovest (o da nord a sud, come Mark Twain), possiamo dire che è tempo di voltare pagina? L’America di Fernanda Pivano è solo un piccolo pezzo del nostro immaginario, come Totò e Fabrizi, come Lucio Battisti, come Ladri di biciclette. Ed è, soprattutto, solo una parte di un’America che si rivela ogni giorno più enigmatica, complessa e irriducibile ai pochi totem - da Hemingway a Kennedy, da Miles Davis a Jim Morrison - nei quali ancora oggi tendiamo a rinchiuderla.

È tempo di scoprire nuovamente l’America, con occhi nuovi, senza preoccuparci di calcare continuamente le orme del passato. Salutiamo Fernanda Pivano, ringraziamola e andiamo oltre, con i nostri occhi e la nostra testa. Anche perché tutti questi anni di pivanesimo e di culto per l’America ci hanno resi, oltreoceano, sempre meno interessanti.

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