Scala: questo «Orfeo» di Alessandrini e Wilson sembra un funerale chic

Scrivo con dolore dell’Orfeo della Scala. È una bufala. Un funerale chic. Un lamento solfeggiato. Con un successo moderato dato da un pubblico settembrino, al posto dell’esplosione di festa e gratitudine che di solito esprime la gioia d’aver veduto e sentito nascer l’opera. Perché l’Orfeo di Monteverdi proprio questo ha fatto nel 1607: con la parola agile e profetica, con il canto fantasioso e libero, con la storia in cui ci impossessiamo del mito attraverso le bellezza e i sentimenti, ha inaugurato la verità senza tempo del teatro d’opera.
Tutto questo non c’entra con la recita della Scala. Il direttore Rinaldo Alessandrini, che nelle esecuzioni strumentali e anche nei madrigali rinascimentali e barocchi ha dato contributi rilevanti, in teatro è sperduto, e si accanisce togliendo ogni libertà di fraseggio, ogni mutamento drammatico nell’azione e nei personaggi. Studiando le indicazioni parziali dell’Autore, ha elaborato un sound all’antica, ricco e prezioso, in cui forse cerca di risolvere tutto; ma, a parte che dal vivo risulta più piatto che nella sua incisione discografica, non basta.
Il canto è il linguaggio primario, la parola non passata al candeggio ma colta nella sua varietà, nella sua forza, nella sua rispondenza a chi la pronuncia e quando. Orfeo è felice per le nozze, ma gli muore la sposa, va a riprendersela nell’aldilà, la ottiene per prodigio e la può riportare nel mondo purché non si volti a guardarla, ma cede per amore, e la riperde; commosso dalla prova troppo grave, Apollo lo porta in cielo con sé, dove nel sole dove nelle stelle vagheggerà in eterno le belle sembianze di lei.
Ma nella voce di Georg Nigl, pur di buona tenuta e di chiara dizione, tutto è ugualmente cantilenato. Roberta Invernizzi, che nelle dimensioni del teatro grande perde il consueto vigore, e Raffaella Milanesi sembrano comparse eleganti, i bassi sono generici, Furio Zanasi, che ne sa un po’ di più, ha solo la piccola parte di Apollo. Si stacca per bellezza vocale e proprietà di stile Sara Mingardo, Messaggera, anch’essa però nella griglia d’un’espressione irrigidita. Il coro, in disparte, appare improvvisato.
Rigidissima è la recitazione, stilizzata in pose arcaiche dalla regìa di Bob Wilson, che ha firmato anche i cipressi simmetrici consueti e le solite pareti un po’ petrose e scure delle scene. Da molti anni sotto vari titoli ripete la stessa recita. Fa pensare alla frase di Gigi Proietti: «Quando un regista mi dice: vieni a vedere come ho riletto un classico, gli chiedo: ma prima l’hai letto?».
Può darsi che Alessandrini e Wilson abbiano affascinato il direttore artistico della Scala con il loro progetto; e in tal caso, al di là del dissenso, meritano tutto il nostro rispetto. Ma viene il timore che abbia dettato le scelte una concezione snobistica che fa preferire i nomi che pubblicamente contano alla ricerca, alla valutazione precisa e competente del rapporto fra partitura e interpreti, alla voglia di identità. In questo caso, ha mostrato il suo limite decisivo.

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