Schifani lo gela sulla mafia E Gianfranco corre da Casini

nostro inviato a Gubbio (Perugia)

Non c’è aria di tregua, figuriamoci di pace. C’è paura, semmai, che la rottura, quella vera, tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, sia dietro l’angolo. E non aiuta di certo il «blitz» centrista messo a punto in extremis dal presidente della Camera, che dice «sì» all’invito dell’Udc - si giustificherà magari con il suo ruolo istituzionale - e si presenta oggi ai suoi Stati generali. Lui, dunque, di nuovo insieme a Pier Ferdinando Casini, l’ex alleato di cui aveva perso le tracce negli ultimi due anni. E in compagnia di Francesco Rutelli, tanto per gradire. Tutti insieme a Chianciano. Prove di grande centro? L’interrogativo, vecchio come il cucco, ma pur sempre attuale, rispunta. Per buona pace di pontieri e ambasciatori (Gianni Letta e Ignazio La Russa in prima fila), chiamati nelle ultime ore agli straordinari, che al momento strappano solo la promessa di un faccia a faccia con il Cavaliere, la prossima settimana: non fa testo l’incontro istituzionale di stasera a Villa Madama.
Sarà tosta. Lo strappo c’è stato, c’è e si fa poco per nasconderlo. D’altronde, l’affondo di giovedì scorso, dal palco umbro della Scuola di formazione politica del Pdl, pure a freddo fa risalire la bile a (quasi) tutti. Per capirci, non è certo la critica sul dibattito interno che latita a gettare nello sconforto (ex) azzurri e aennini. Né l’auspicio che il partito non si trasformi in una caserma, dando prova invece di movimentismo. Tutto già sentito. Oltre al fastidio per quel riferimento alle non frequentazioni di «grembiuli e compassi», che è sembrato un messaggio in bottiglia, la parola della discordia è infatti questa: mafia. Tradotto: nessuno sospetti che non vogliamo l’accertamento della verità sulla stragi. Quindi, se ci sono elementi nuovi, si riaprano le indagini, convinti che Berlusconi non abbia nulla da temere.
È il finimondo, qui a Gubbio, ma non solo. Da ventiquattr’ore, senza soste. «Roba da matti, ha fatto passare Silvio per il capo della mafia», si lamenta chi sta in quota Forza Italia. «Siamo allo sbando, chissà che gli passa per la testa. Si lamenta di Berlusconi, ma dimentica che quando eravamo in An scoprivamo la linea del partito dai giornali», replica un fedelissimo deluso. Non basta quindi Denis Verdini per smussare gli angoli. «Ha fatto un chiarimento», parziale, attraverso La Russa, ma «quando abbiamo ascoltato le parole di Fini abbiamo pensato che non era il caso e siamo saltati sulle sedie, anche quelli di An». «Tutti vogliono la verità - aggiunge il coordinatore Pdl - ma c’è un gioco politico non sulla verità, quanto sul suo utilizzo».
Il quadro s’ingarbuglia ulteriormente, con le prese di posizione di Angelino Alfano e Renato Schifani. Il primo - nel giorno in cui Marcello Dell’Utri, «d’accordissimo» con Fini, riconosce il «fallimento» della magistratura, auspicando l’apertura di una commissione d’inchiesta - afferma: «Come Paese abbiamo già consolidati risultati, derivanti dalle indagini svolte da volenterosi magistrati. E se vi saranno elementi per riaprire i processi sulle stragi, i giudici lo faranno con zelo e coscienza, convinti che nessuno abbia intenzione di inseguire disegni politici, ma solo un disegno di verità». Un intervento non contraddittorio con quello che dirà di lì a poco il presidente del Senato, ma in linea con il suo ruolo di Guardasigilli, che viene subito fatto suo da Fini - a cui il ministro della Giustizia, che incontra in serata il premier a Palazzo Grazioli, riconosce di aver denunciato l’antico accanimento giudiziario contro il Cavaliere - per far notare la differenza di trattamento subìto, più che per testimoniare una retromarcia. «La inequivocabile dichiarazione del Guardasigilli - scrive Fini -, che condivido al cento per cento, e che indica chiaramente l’auspicio del governo, spazza via le strumentali interpretazioni e le false dietrologie circa quanto ho affermato ieri sulla necessità di giungere alla completa verità sulle stragi mafiose degli anni ’90».
A dire la sua, tocca dunque pure alla seconda carica dello Stato, con una visione diversa dal collega presidente: «Nutro il massimo rispetto per la magistratura, ma mi piace di più quando si occupa, a volte addirittura pagandone il prezzo in prima persona, del contrasto diretto e senza quartiere alla mafia per distruggerne l’organizzazione territoriale, sradicandone le sue radici velenose e profonde». «Mi piace meno, invece - rimarca Schifani - quando alcuni singoli magistrati, seguendo percorsi contorti e nebulosi ed avvalendosi di dichiarazioni di collaboratori di giustizia che parlano per sentito dire, tendono a riproporre teoremi politici attraverso l’evocazione di fantasmi di un passato lontano, che avrebbe visto congiure contro il regolare assetto delle istituzioni».
In attesa di ascoltare nel primo pomeriggio la replica di Berlusconi, dalla platea di Gubbio, con un probabile collegamento telefonico, anche la Lega iscrive Roberto Cota nell’elenco dei pontieri, delegato dal Senatùr (nonostante la boutade sul «suicidio» politico) ai rapporti con il presidente di Montecitorio, sentito al telefono mercoledì scorso. Fini, Bossi e Cota pranzeranno insieme alla Camera all’inizio della settimana prossima.