Nel mio ultimo articolo pubblicato sulle pagine culturali del Giornale ragionavo su intelligenza artificiale e letteratura, ponendo una questione precisa: l’AI può fare letteratura? In sintesi la risposta era questa (se vi interessa andatevelo a leggere): letteratura no, narrativa anche meglio di quella che viene premiata. Può simulare Erri De Luca o Baricco meglio di De Luca o Baricco, e però non riesce a produrre novità “alte”, insomma a fingere Proust, Beckett, Bernhard, semplicemente perché sono eccezioni alla statistica, e considerate che queste eccezioni già esistono, figuriamoci produrre letteratura nuova.
Ma la matematica? Sulla matematica non dovrebbero esserci problemi, due più due fa quattro, la matematica non è un’opinione, e è risaputo che tra umani e computer lì non c’è gara. Siamo proprio sicuri? Nì.
Alcuni matematici, riuniti nel progetto First Proof, con ricercatori di Stanford, Berkeley, Harvard, Texas e altre università, hanno creato un benchmark per testare l’IA su problemi matematici di livello ricerca, nuovi, non già pubblicati e quindi presumibilmente non presenti nei dati di addestramento. Il punto era evitare il solito dubbio: il modello sta davvero ragionando o sta riconoscendo schemi già visti?
Nel secondo round, pubblicato il 10 giugno, i migliori sistemi di IA hanno ottenuto risultati notevoli, arrivando a risolvere circa 6- 7 problemi su 10, ottimo, tuttavia restando sotto il livello dei migliori matematici umani. Non leggete questa notizia come “l’IA fallisce”, né “l’IA supera l’uomo”, bensì, come per la letteratura alta (Proust, Bernhard, Beckett, me che ho testato l’AI sui miei testi): quando le si tolgono i problemi già digeriti dal web e la si mette davanti a matematica davvero nuova, l’IA è già fortissima, eppure non ancora al livello della ricerca matematica umana più alta.
Sono certo che sulla matematica avremo di sicuro dei nuovi passi avanti dell’AI, il progresso procede a una velocità impressionante, altrettanto certo che sulla letteratura ne verrà fuori poco, e comunque, a pensarci, anche sulla matematica ho dei dubbi. Mi viene in mente un esempio noto a tutti: la teoria della relatività di Einstein, che spiega l’universo e è una dei modelli matematicamente più difficili da capire per qualsiasi umano, anche tra i fisici. Potremmo chiedere alla migliore AI di conciliare le equazioni della relatività con quelle della meccanica quantistica e trovare una soluzione? Al momento non riesce a farlo, un giorno chissà, il Nobel potrebbe prenderlo una macchina. Eppure ho l’impressione che per conciliare la teoria dell’infinitamente grande con quella dell’infinitamente piccolo non basti solo la matematica. Basta leggersi le interviste di Einstein. Come gli è venuto in mente che lo spazio-tempo fosse curvo e un tutt’uno? Non dalla matematica già pronta ma da ipotesi e immagini mentali, esperimenti immaginari, da quella capacità di vedere prima ciò che la matematica deve rendere coerente. E in seguito avere una teoria da verificare sperimentalmente.
Quasi tutti i fisici erano scettici di fronte alla relatività perché la teoria e la matematica erano folli (riscrivevano
l’universo), finché nel 1919 Eddington non andò in Africa per fotografare un’ecclisse di Sole e da quel momento la relatività divenne la regola, da un secolo non sbaglia una previsione, e Einstein continua a farsi la linguaccia.