È vero, siamo invasi dagli omeopati, dai naturopati, dai guaritori quantistici, dai no-vax, dai detox, dagli integratori miracolosi, dalle diete che curano tutto, dal glutine trasformato nel nuovo demonio, dagli alimenti alcalini, dall’acqua informata, dai digiuni che riprogrammano le cellule, dai complottisti delle scie chimiche, da chi crede agli alieni, alle frequenze, alle vibrazioni, alle energie e a qualsiasi cosa purché non sia stata verificata. Basta aprire un social per avere l’impressione che l’umanità abbia deciso di buttare via Darwin insieme al foglietto illustrativo, e anche tra diversi conoscenti mi è più facile incontrare i seguaci della medicina “alternativa” (alternativa alla scienza, cioè alla verifica), soprattutto quando non hanno niente di grave.
Eppure forse l’impressione è sbagliata (forse, poi vi dirò perché non mi convince). Ipotesi: non è detto che la gente si fidi meno della scienza, può darsi semplicemente che gli scemi (e i furbi) facciano più rumore. Non che la sfiducia non esista, tuttavia è meno diffusa di quanto si creda, almeno secondo un interessante servizio di Helen Pearson pubblicato su Nature. Che mette insieme varie indagini internazionali e parte da un dato: su una scala da 1 a 5, la fiducia media globale negli scienziati è circa 3,6, quindi moderatamente alta, non in caduta libera. La base più robusta è uno studio preregistrato su 71.922 persone in 68 paesi, condotto dopo la pandemia: nella grande maggioranza dei paesi, la maggioranza degli intervistati dichiara di fidarsi degli scienziati e vorrebbe che partecipassero maggiormente alla società e alle decisioni politiche.
Alcuni dati sono poco prevedibili, per esempio l’istruzione universitaria aumenta solo di pochissimo la fiducia nella scienza, la religiosità non è associata a una minore fiducia, destra e conservatorismo sono collegati alla sfiducia solo in alcuni paesi e con notevoli differenze anche al loro interno, mentre la Russia e vari paesi ex sovietici risultano più diffidenti (questa non mi
sorprende affatto, in fondo in quel caso l’antiscienza è anche una forma di antioccidentalismo, più curioso trovarla negli occidentali che vivono immersi nella scienza dalla mattina alla sera anche senza rendersene conto).
Secondo Nature, inoltre, una minoranza può essere piccola e tuttavia avere un’enorme influenza politica: basta che sia organizzata, concentrata su un tema e decisiva elettoralmente. Il problema non starebbe in una rivolta globale contro la scienza, piuttosto nella capacità di minoranze selettivamente antiscientifiche di dominare il discorso pubblico e talvolta le decisioni politiche, a sinistra come a destra, a seconda dei casi.
C’è anche un altro aspetto: la narrazione della crisi di fiducia potrebbe contribuire a produrre la crisi stessa. Se giornali, scienziati e istituzioni continuano a dire che ormai nessuno crede più alla scienza, trasformano una minoranza aggressiva nella rappresentazione dell’intera società, lo stesso errore che facciamo sui social: dieci milioni di persone silenziose diventano invisibili davanti a cinquanta invasati con il megafono o a diecimila con TikTok.
Tuttavia, leggendo bene l’articolo noto che la faccenda è più sfaccettata, anche perché analizza la fiducia negli “scienziati”, non tanto la “fiducia nella scienza” o nel “metodo scientifico”. Che, secondo me, rappresenta il limite dell’analisi quando la si vuole estendere alla fiducia nella scienza, sia perché mentre la scienza e il metodo scientifico producono risultati sottoposti al controllo, alla replica e alla verifica della comunità scientifica prima di essere considerati acquisiti, la tendenza di chi diffida della scienza è anche prendere un singolo scienziato e usarlo per proporre tesi antiscientifiche (sempre sulla base di quello che chiamo antioccidentalismo) e dire che “è scientificamente provato”.
Il principio di autorità, nella scienza, non esiste, questo è molto difficile da far capire, ma rappresenta la forza della scienza moderna, ed è per questo che esiste il setaccio scientifico del lavoro di molti, dalle verifiche indipendenti alle metanalisi e alle linee guida (vale per qualsiasi ricercatore quanto per Einstein). Ricordiamoci di un Nobel per la chimica come Linus Pauling, il quale a un certo punto impazzì dicendo di voler curare il cancro con la vitamina C; o di Montagnier, Nobel per la medicina, che contribuì alla scoperta dell’HIV e poi sostenne l’omeopatia; o di Kary Mullis, Nobel per la chimica nel 1993, il quale se ne uscì non solo con l’idea che l’HIV non c’entrasse niente con l’AIDS, ma cominciò anche a credere nell’astrologia e raccontò perfino di un incontro con una creatura che poteva essere aliena.
Il punto è che avere fiducia nella scienza e nel metodo scientifico, appunto, è una cosa completamente diversa dal “credere” agli scienziati, perché l’opinione di uno scienziato, ancorché autorevole, al di fuori della comunità scientifica, vale quanto quella di vostra zia, magari convinta che bere acqua e limone al mattino purifichi il fegato.