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"Se fossi sindaco di Milano vorrei la città meno volgare"

L'attore Cochi Ponzoni a ruota libera: dalla casa alla sicurezza, all'immigrazione. La cultura? È minacciata dal profitto

"Se fossi sindaco di Milano vorrei la città meno volgare"

Parliamo di Milano con Cochi Ponzoni, 84 anni, attore, musicista e scrittore, milanese da sette generazioni.

"Forse di più, sono quasi Doc. Posso dire di aver visto tutte le evoluzioni e le involuzioni di questa città, dal Dopoguerra a oggi, anche se fra gli anni 80 e il Duemila ho vissuto a Roma".

Poi ha scelto di ritornarci.

"Con entusiasmo. Sono nato in via Foppa dove oggi vivono le mie figlie (ne ho quattro) e poi ho abitato per trent'anni a Dergano in un'antica cascina del 400. Avevamo un giardino, era una situazione molto piacevole".

Continua ad apprezzare Milano per quali motivi?

"Trovo che sia una città comoda, agevolissima per gli spostamenti. Non uso l'auto, mi muovo in metropolitana. È una città in divenire, è quasi una metropoli, con i pro e i contro di ogni metropoli, gestirla non è facile. E poi ultimamente l'amministrazione ha problemi, sta un po' scalcagnando..."

A cosa si riferisce?

"A certe vendite artefatte e alla cessione dello stadio di San Siro: non mi è piaciuta. E neppure la decisione che porterà ad abbattere per intero o in parte, un monumento storico dedicato a Meazza. Un simbolo del Dopoguerra, testimonianza di un periodo impeccabile dal punto di vista politico, quando la gestione dello sport era trasparente e il grande calcio era consolatorio per la gente. Non parlo da milanista perchè sono un tifoso all'acqua di rose".

Cos'altro non le piace?

"La sperequazione economica che non è solo milanese ma qui è più evidente: il mondo della finanza ha invaso il mercato edilizio e questo inficia la vita equilibrata di una società. I giovani non fanno figli perché non riescono a pagare un affitto. Questa deve essere la prima cosa da risolvere, bisognerebbe cominciare a mettere un freno".

Pensa che sia una strada inevitabile o che la politica abbia il potere di cambiare?

"Chi sta al governo può decidere tutto delle nostre vite, la politica investe la società in modo totale. Si prendano i grandi grattacieli: gli appartamenti sono acquistati da miliardari come se fossero azioni, rivenduti dopo pochi mesi fruttano il 10% in più. Milano sta diventando un sedicesimo di New York quando lo stesso sindaco della grande Mela comincia a rendersi conto dei danni, le politiche edilizie legata alla finanza stanno creando disagi ai residenti che non possono più acquistare neppure un monolocale".

Se lei fosse sindaco comincerebbe da qui?

"Nel capitalismo è normale che ci sia un po' di speculazione, la renderei meno volgare, più umana. Credo che governare una città sia la situazione più difficile per chi voglia far politica, anche a Roma è un'impresa. Ogni governo o amministrazione eletto in democrazia deve rispettare anche quella parte di popolazione che la pensa diversamente, collaborare insomma".

La seconda cosa che farebbe da sindaco.

"Aiuterei i giovani a tornare a votare, dare speranza alle nuove generazioni perché ne hanno poca, significa aiutarli economicamente, creando situazioni che diano loro modo di pianificare la vita, di costruirsi un futuro".

Milano è poco sicura?

"Non ho avuto mai problemi personalmente ma come in tutte le città in evoluzione la delinquenza esiste ed è impossibile non avere problemi del genere. La diseguaglianza economica come quella che stiamo vivendo accentua gli episodi di microcriminalità. A Londra, nelle periferie, è molto peggio. Una volta da noi c'era la malavita romantica, c'erano ladri che riuscivano a organizzare rapine senza far male a nessuno. Poi si apre un altro capitolo, quello di chi ruba un panino per fame".

Purtroppo c'è anche la violenza gratuita.

"Sì, e se una volta la malavita cittadina era sotto controllo, la polizia conosceva i giri del malaffare, oggi non è più così e bisogna fare i conti anche con questo. In una grande città le storie si sommano, talvolta chi vive sotto la soglia di sopravvivenza come nel film Ladri di biciclette ruba per mangiare, in questi casi occorre uno sguardo pietoso".

L'immigrazione andrebbe regolamentata?

"C'è un'immigrazione indolore che ci dà una grande mano. Cosa farebbero l'industria alberghiera, i ristoranti, gli anziani senza camerieri e badanti? A Dergano avevo accanto la fabbrica del Fernet Branca, ho visto integrarsi operai di ogni nazionalità, ho visto cinesi, peruviani e magrebini investire in locali e ristoranti e convivere in modo pacifico. Se gli immigrati hanno la possibilità di costruirsi una vita accettabile, ben vengano anche perchè poi arricchiscono anche la nostra. Noi rispettiamo la loro cultura e loro la nostra, questa è l'uguaglianza delle responsabilità, chi delinque resta fuori senza essere connotato dal Paese di appartenenza o dal colore della pelle".

Diceva che la vita a Milano è comoda per i mezzi pubblici. E per i servizi?

"Anche. Perlomeno nella mia zona, fra piazzale Dateo e piazzale Susa, c'è tutto: negozi di quartiere, fruttivendoli, perfino le edicole, gestite da pachistani che vendono insieme giornali e fiori. Poi ho tanti nipotini che raggiungo velocemente e sono felicissimo che frequentino l'asilo e le elementari che abbiamo frequentato io e le mie figlie, in via Bergognone".

La Milano culturale?

"È una città che offre molto. Da questo punto di vita Milano sta vivendo un bel momento. Penso anche alla fatica di chi gestisce i teatri, dal Pier Lombardo all'Elfo al Piccolo che creano un indotto importante ma penso anche ai cinema di parrocchia come l'Ariosto, il Mexico o il Palestrina che riescono a presentare film alternativi rispetto a quelli della grande distribuzione. Poi ci sono locali come lo Spirit de Milan che rischiano la chiusura. Ricordo quando ci andai la prima volta, mi commosse vedere gli anziani che ballavano e sorridevano, ho rivisto la Milano di quando ero bambino. Questo locale come il Derby, gestito da ragazzi volenterosi, è sotto la spada di Damocle della finanza.

Sono posti che fanno gola a chi vuole investire nell'edilizia, il fantasma del profitto inficia anche la cultura. Non voglio negare l'importanza del profitto ma ci deve essere un equilibrio, non si può distruggere tutto ciò che di buono si fa per la comunità solo per tanto denaro".

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