La nuova miniserie Netflix, in uscita il 25 settembre, diretta da Félix Viscarret e prodotta da MOD Producciones, porta sullo schermo uno dei giochi letterari più cinematografici di Pérez-Reverte: tredici persone restano isolate da una tempesta in un piccolo albergo su un isolotto vicino a Maiorca, dove una turista inglese viene trovata morta.
Quello che sembra un suicidio comincia presto ad assomigliare fin troppo a un omicidio. Fra gli ospiti c’è Basil, un attore anziano che, negli anni migliori della sua carriera, ha interpretato al cinema nientemeno che Sherlock Holmes e che ora, in un momento di declino, dovrà dimostrare se, dopo tanti anni trascorsi a fingersi detective, abbia imparato qualcosa del mestiere. José Coronado è Basil; al suo fianco, María Valverde, Martirio Rivas e Maribel Verdú guidano un cast corale di cui fanno parte anche Gonzalo de Castro, Cristina Kovani, José Condessa e Pepón Nieto. E al centro c’è Coronado/Basil. Un attore che interpreta un altro attore, il quale ha trascorso metà della vita a interpretare Sherlock Holmes e che, quando credeva ormai di essersi lasciato alle spalle i suoi ruoli migliori, scopre che forse gliene resta ancora uno: diventare davvero il personaggio che tante volte ha finto di essere. Arturo Pérez-Reverte e José Coronado conversano di questo gioco tra letteratura e cinema, dell’età, delle buone maniere di un tempo, dei costumi, delle scenografie, di Sherlock Holmes e del piacere di tornare al mistero classico. Vi invito a godervi questo dialogo, che ora vi presento nella veste di testimone (d’accusa) dell’incontro.
Arturo Pérez-Reverte: «Quando ho scritto Il problema finale (in Italia pubblicato da Settecolori Ndr), volevo fare un romanzo poliziesco di stampo classico, ma giocando su un elemento: so che il lettore ha letto romanzi polizieschi. La proposta, dunque, era questa: tu sai come funziona e anch’io; giochiamo, proviamo a ingannarci a vicenda e vediamo se riesci a smascherarmi».
José Coronado: «Ed è un aspetto reso molto bene nella serie. È un continuo appello all’intelligenza dello spettatore. È come dirgli: “Vieni, risolviamolo insieme”. Dal momento in cui compare il cadavere, lo spettatore comincia a sospettare prima dell’uno, poi dell’altro...».
P-R: «È il gioco di Dieci piccoli indiani, naturalmente. Tutti riuniti in un unico luogo, tutti sospettati e un delitto da risolvere. Ma c’era un’altra difficoltà importante: nel romanzo è continuamente presente il mio amore per il cinema classico. Sulla pagina puoi citare un film, rievocare una scena, menzionare un attore. In una serie bisognava fare in modo che tutto questo fosse nell’immagine».
C: «Avevo una persona che mi vestiva ogni giorno. Quattro mesi di riprese e un uomo incaricato esclusivamente di occuparsi di me. Non mi era mai successo in vita mia».
P-R: «Eri una specie di Luigi XIV».
C: «Assolutamente. E volevano mandarmi a Londra per farmi confezionare gli abiti. Io dicevo: “Ma siamo impazziti?”. Poi ho capito il perché. Perché gli abiti non sembrano costumi di scena.
Sembra che quegli abiti appartengano ai personaggi da anni».
P-R: «È fondamentale. E ci sono dettagli magnifici. I cappelli indossati da María Valverde, per esempio, sono stati realizzati proprio da una modista che lavora abitualmente per le famiglie reali.
Sonia Grande ha fatto un lavoro straordinario con i costumi. È una donna che conosce e ama profondamente il cinema, e si vede».
C: «Eccome. Ci sono momenti in cui sembra di guardare un film hollywoodiano degli anni ’50 o ’60».
P-R: «Soprattutto l’ultimo episodio. Il finale è un gioiello. È Hollywood.
Un omaggio al cinema. Sapevo perfettamente che cosa sarebbe accaduto e, nonostante questo, quando l’ho visto mi sono quasi commosso».
C: «Quasi?».
P-R: «Funziona. E funziona soprattutto grazie al tuo personaggio».
C: «Il personaggio è una meraviglia. Quando mi hanno detto che era un attore in declino ho pensato: “Bene, cominciamo bene...”. Ma poi inizi a percorrere la strada insieme a lui e scopri qualcosa di molto più bello. È un attore che ha interpretato Sherlock Holmes per molti anni e che il destino mette in una situazione nella quale, poco alla volta, comincia a fondersi con quel personaggio».
P-R: «E comincia a crederci».
C: «Esattamente. Comincia a crederci l’uomo, non l’attore. Ed è allora che emerge una tenerezza che mi piace molto. Perché non è un tipo arrogante, né uno che crede di sapere tutto ed è venuto a risolvere ogni cosa. È un uomo che porta sulle spalle i propri fallimenti, il proprio passato, il proprio declino. Eppure, quell’epoca e di portarle nel nostro tempo con naturalezza».
P-R: «Félix Viscarret, inoltre, ha fatto uno splendido lavoro nella direzione degli attori».
C: «Straordinario. Arrivava dopo avere studiato e preparato ogni cosa; sapeva dove collocare la macchina da presa, che cosa voleva ottenere da ciascuna scena. Ed è molto esigente. Se bisognava ripetere venti volte, si ripeteva venti volte. Ma al tempo stesso è di un’educazione e di una gentilezza straordinarie».
P-R: «E si nota anche nel modo di parlare. Nella dizione».
C: «Qui c’è una differenza generazionale. Gli attori giovani ricercano molto la naturalezza, e mi sembra ottimo, perché è la prima regola: devi risultare credibile».
P-R: «E per di più siamo negli anni ’60. Non si parlava allo stesso modo, non si camminava allo stesso modo, non ci si rivolgeva alle persone allo stesso modo».
C: «Durante le riprese, questo suscitava in me molta nostalgia. C’erano dettagli nell’educazione, nella cortesia, nel comportamento che oggi sono praticamente scomparsi».
P-R: «Proprio per questo abbiamo chiamato un ex ambasciatore, un mio amico, come consulente per il protocollo. Temevo che i giovani non sapessero muoversi come si muovevano le persone allora. Come si entrava in una stanza, come si salutava, come si stava seduti a tavola. Sono cose che sembrano insignificanti, ma, se sono sbagliate, distruggono un film in costume».
C: «E qui non lo erano».
P-R: «No. Qui tutto è curato in modo impeccabile».
C: «Funziona molto bene anche il confronto fra generazioni. All’inizio avevo qualche timore riguardo al rapporto con Martirio Rivas, che nella serie interpreta Foxá, una sorta di Watson. Ma ho capito subito che proprio quella differenza arricchiva la storia. Sono due generazioni e due modi di intendere le cose, e credo che l’intesa funzioni molto bene.
P-R: «Ma c’è anche un’altra cosa dell’adattamento che apprezzo molto. Il cinema e la televisione hanno esigenze diverse da quelle di un romanzo. Ci sono trasformazioni che un autore deve accettare, perché il mezzo è diverso. E io le accetto. Ma questa serie, pur con i necessari cambiamenti, conserva una fedeltà sorprendente allo spirito del romanzo».
C: «E non hai voluto partecipare all’adattamento?».
P-R: «Ho imparato molto tempo fa che l’autore incassa e sparisce».
C: «Saggia decisione».
P-R: «Assolutamente. Consegni il romanzo e poi lasci lavorare chi sa fare cinema e televisione. Un conto è essere disponibile, se ti chiedono qualcosa. Ma non puoi stare alle loro spalle a dire: “Nel mio libro non era così”».
C: «Ora manca soltanto che arrivi il 25 e che la gente la guardi. Perché credo che si divertirà molto. Non è una serie che tratta lo spettatore come un idiota.
Gli chiede di guardare, di ascoltare, di sospettare e di pensare».
P-R: «Era questa l’idea fin dall’inizio. Tornare al vecchio gioco del mistero: ecco un cadavere, ecco i sospettati ed ecco gli indizi. Tu sei intelligente e anch’io.
Vediamo chi inganna chi».
