Si indaga sulla sepoltura di De Pedis

Ora non è più soltanto un’ipotesi giornalistica: il mistero della scomparsa di Manuela Orlandi potrebbe avere a che fare con la strana sepoltura del boss della banda della Magliana Enrico De Pedis nella basilica di Sant’Apollinare. Per questo, nei giorni scorsi, i magistrati che ancora indagano sul rapimento, avvenuto nel 1983, della figlia quindicenne di un commesso della prefettura della Casa Pontificia, hanno ascoltato come persone informate sui fatti monsignor Pietro Vergari, rettore della basilica fino al ’91 e l’attuale rettore Don Petro Huidobro, dell’Hopus Dei, oltre alla vedova d «Renatino», Carla Di Giovanni. Testimonianze importanti ora che l’indagine ha imboccato decisamente la pista del sequestro gestito dalla banda della Magliana su ordine del cardinal Paul Marcinkus.
Negli scorsi anni, dopo che un ignoto (ora identificato dalla supertestimone Sabrina Minardi e indagato dalla Procura, ndr) aveva telefonato alla trasmissione Chi l’ha visto? invitando ad andare a vedere nella tomba di De Pedis per fare chiarezza sulla sparizione della ragazza, si era ipotizzato che dentro potesse esserci proprio il cadavere della Orlandi. Ma il Vicariato nel 2005 disse no all’esumazione del cadavere. Ora il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo vuole capire perché il malavitoso è sepolto in quella chiesa, la stessa dove si sposò nel 1988 con una cerimonia officiata proprio da monsignor Vergari, e se qualcuno abbia pagato (si parla di 500 milioni) per facilitare le pratiche della sepoltura. Fu il giorno del matrimonio, racconta la signora Di Giovanni, che De Pedis disse di voler essere tumulato lì. Per questo, quando morì, dopo averlo sepolto inzialmente al Verano, la vedova riuscì ad ottenere una tomba a Sant’Apolinnare grazie al via libera dell’allora arcivescovo vicario di Roma Ugo Poletti, ricevuto sulla base di una dichiarazione scitta da Vergari: «Si attesta che il signor De Pedis - c’era scritto - è stato un grande benefattore dei poveri che frequentano la Basilica e ha aiutato concretamente tante iniziative di bene che sono state patrocinate in questi ultimi tempi, sia di carattere religioso che sociale. Ha dato contributi per aiutare i giovani, interessandosi in particolare per la loro formazione cristiana a umana».
A rivelare la natura dei rapporti con De Pedis e i suoi familiari è stato lo stesso monsignor Vergari, sul suo sito che risale a qualche anno fa. Parla dei suoi incontri a Regina Coeli, e non solo, con persone dei più diversi stati sociali. «Enrico De Pedis - racconta - veniva come tutti gli altri, e fuori dal carcere ci siamo visti più volte: normalmente nella chiesa e altre volte fuori, per caso. Mai ho veduto o saputo nulla dei suoi rapporti con gli altri, tranne la conoscenza dei suoi familiari. Aveva il passaporto per poter andare liberamente all’estero. Mi ha aiutato molto per preparare le mense che organizzavo per i poveri. Quando seppi dalla televisione della sua morte, ne restai meravigliato e dispiacente».

Vergari ricorda ancora: «Qualche tempo dopo la sua morte, i familiari mi chiesero, per ritrovare un po’ di serenità e perché De Pedis aveva espresso loro il desiderio di essere un giorno sepolto in una delle antiche camere mortuarie, abbandonate da oltre cento anni, nei sotterranei di Sant’Apollinare, di realizzare questo suo desiderio. Furono chiesti i dovuti permessi religiosi e civili, fu restaurata una delle camere e vi fu deposto».

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