“Sei un incel”. Anni fa me lo trovai scritto migliaia di volte sotto il mio account Instagram, migliaia di femministe, capitanate dalla povera Michela Murgia (povera perché defunta, e quando morì mi dispiacque), all’urlo indiano convertito nell’hashtag #boicottaunsessista (il sessista sarei stato io), per un articolo sul Giornale dove criticavo le femministe moderne (quelle che per esempio all’epoca leggevano solo libri scritti da femmine, ce n’era una, Carolina qualcosa, la cui pagina si chiamava proprio L’ha scritto una femmina, non mi azzardo a vedere se esista ancora come sto lontano dai nidi di vipere, sono troppo vecchio), mi davano dell’incel (lì imparai cosa significava, dovetti googlare, credevo fosse un tipo di telefono o una nuova azienda telefonica).
Segnalandomi in massa riuscirono a farmi chiudere l’account social (i miei editori, a cui scrissero affinché io non pubblicassi più niente, da Mondadori a Elisabetta Sgarbi al Giornale ignorarono le richieste delle gentildonne), e come è noto a chi seguì la vicenda (che è ancora su Dagospia, soprattutto la mia risposta, “boicottatemi stoc…”), l’unica a difendermi fu Barbara Alberti, femminista d’altri tempi e contro le femministe moderne.
Comunque “incel” era l’offesa definitiva. Tradotto: fai schifo, nessuna donna ti vuole, sei un frustrato che non ha mai fatto sesso, quindi taci. Mi servirono la replica su un vassoio d’argento lucidato da sarde murgiane: chi combatteva gli stereotipi sessisti misurava il valore di un uomo dalla quantità di donne disposte a andarci a letto, era come a dire a una donna “nessuno ti scoperebbe”. Con il tempo si sono calmate, anche perché l’erede di Michela Murgia, Chiara Valerio, si è impegnata nella sua scalata per il potere editoriale, le altre forse hanno capito che era un boomerang (forse, magari sono io che non seguo e danno dell’incel a tutti ogni giorno), e oggi lo sarebbe ancora di più.
Gli “incel”, infatti, hanno da tempo un corrispettivo femminile: si chiamano “femcel”, hanno perfino una loro pillola, naturalmente rosa, e ora per la prima volta uno studio ne ha misurato direttamente ansie, convinzioni e annesse, inevitabili frustrazioni. Esaminando direttamente il corrispettivo femminile del fenomeno: le “femcel”, abbreviazione di female involuntary celibates. Sono donne che si percepiscono come condannate alla solitudine sentimentale e sessuale, non per propria scelta, piuttosto perché convinte di non possedere le caratteristiche fisiche richieste dal mercato amoroso contemporaneo.
I ricercatori Alexandra Zidenberg dell’Università di Montréal e Brandon Sparks dell’Università del New Brunswick hanno coinvolto 119 donne, delle quali sessantuno si identificavano come femcel o “forever alone”, mentre le altre 58 erano donne single che non aderivano a questa identità. Senza farvela troppo lunga, il dato centrale è una specie di cortocircuito. Le femcel pensano al sesso e alle relazioni più delle altre donne single e contemporaneamente si sentono meno capaci di averli. Desiderio e rassegnazione crescono insieme: su una scala con un massimo di 25, le femcel registravano un valore medio di 19,2 nella depressione legata alla sessualità, contro 11,2 nel gruppo di confronto, nell’ansia sessuale il risultato era 17 contro 11,8, la preoccupazione per il sesso raggiungeva 13,1 contro 7,8, la paura delle relazioni sessuali era pari a 18,4 contro 14,8. Infine, la sensazione che la propria vita sessuale dipendesse da circostanze esterne risultava pari a 14,4 contro 9,6.
Intendiamoci, lo studio analizza donne che hanno scelto di definirsi “femcel”, non una categoria antropologica compatta e generale. Tuttavia indica che la solitudine sessuale involontaria non è esclusivamente maschile e che può produrre un forte disagio anche nelle donne. Sapete cosa rispondere, insomma, se una femminista vi dà dell’incel.
A me tra l’altro non fece né caldo né freddo: mi avrebbe più offeso essere paragonato a una compagnia telefonica, e in ogni caso non userei comunque “femcel” per rispondere, e a sentirne in nome, nella versione femminile, mi sembra un telefono rosa. “Guarda che chiamo il femcel”.
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