La sinistra che vuole essere “più musulmana dei musulmani e più araba degli arabi”. È Amjad Taha, stratega politico e analista militare degli Emirati Arabi Uniti, a mettere il dito nella contraddizione. E lo fa rivendicando la propria identità di arabo musulmano, mentre difende la linea di Giorgia Meloni sul volto scoperto nelle scuole. Un intervento che respinge l’equazione tra contrasto al velo integrale e ostilità verso l’Islam, con un messaggio indirizzato direttamente al nostro Paese: “Italia, non chiedere mai scusa per essere l’Italia”.
Italia, non chiedere mai scusa per essere l’Italia. Tu sei Roma. Dante. Leonardo. Michelangelo. Galileo. Verdi. Sei il marmo trasformato in bellezza, le rovine trasformate in memoria e secoli di civiltà che ancora oggi fanno fermare il mondo ad ammirarti. Quindi, quando Giorgia…
— Amjad Taha أمجد طه (@amjadt25) September 22, 2026
Il contesto è l’annuncio del presidente del Consiglio sul prossimo provvedimento del governo, che prevede il divieto di burqa e niqab negli istituti scolastici. Il punto riguarda dunque gli indumenti che nascondono il volto, non il semplice foulard sui capelli. Una distinzione sostanziale per comprendere la misura e il dibattito che l’accompagna.
Taha parte da un omaggio alla storia e alla cultura italiane. Roma, Dante, Leonardo, Michelangelo, Galileo, Verdi: un patrimonio che, nelle sue parole, non dovrebbe diventare motivo di imbarazzo davanti a chi pretende di bollare come intolleranza la difesa della propria identità. “Quando Giorgia Meloni sostiene che l’Italia abbia il diritto di difendere la propria identità e di richiedere che i volti restino visibili nelle scuole, giudicate questa posizione per ciò che realmente sostiene”, la sua analisi.
È qui che arriva l’affondo: “E da arabo musulmano, non posso fare a meno di sorridere quando una parte della sinistra italiana cerca di essere più musulmana dei musulmani e più araba degli arabi”. Il bersaglio è quella tolleranza che, nella lettura dell’analista, finisce per rendere sospetta persino la richiesta di regole comuni. Taha richiama le restrizioni adottate in Paesi a maggioranza musulmana, citando Egitto e Tunisia, e pone una domanda: “Allora perché, se in una scuola italiana si richiede che un insegnante possa vedere il volto di uno studente, questo dovrebbe improvvisamente essere considerato ostilità verso l’Islam?”.
Il ragionamento prosegue senza concessioni: “Non potete pretendere che l’Italia sia più permissiva, sul piano religioso, degli stessi Paesi musulmani e poi definire gli italiani intolleranti semplicemente perché pongono delle domande”. Un rovesciamento della prospettiva: chiedere il rispetto delle regole scolastiche non equivale a discriminare una fede, così come contrastare l’estremismo non significa attaccare tutti i musulmani.
“No, proteggere le vostre scuole non è ‘islamofobia’. Contrastare l’estremismo islamista non è ‘islamofobia’”, scrive Taha. Nel suo intervento prende di mira anche i Fratelli Musulmani e l’utilizzo dell’accusa di islamofobia come strumento per sottrarre l’islamismo radicale alla critica. La formula scelta è netta: “La parola ‘islamofobia’ non deve mai diventare un telecomando con un tasto ‘muto’ per ogni discussione scomoda sull’islamismo”.
Il cortocircuito politico, secondo l’analista, sta tutto qui: “Nel tentativo di dimostrare a tutti i costi la propria tolleranza”, una parte della sinistra “rischia di trattare l’identità stessa dell’Italia come l’unica identità che debba continuamente chiedere scusa”. Le identità altrui da tutelare, quella italiana da giustificare. È contro questo doppio metro che Taha difende la posizione dell’esecutivo.
La conclusione è un invito a non arretrare davanti alle etichette: “L’Italia non ha bisogno del permesso di nessuno per restare italiana”. E ancora: “Roma è sopravvissuta agli imperi. L’Italia non dovrebbe avere paura delle etichette”.
