L’esperienza dell’infinito nel cuore dell’uomo si manifesta soprattutto in un gesto che ripetiamo tutti, ogni giorno, senza quasi accorgercene: il tentativo di riempire il vuoto che proviamo. Abbiamo imparato a vivere il vuoto come una maledizione. E non ci accorgiamo che è, invece, il sintomo più evidente di una cosa bellissima: pur essendo creature fatte di materia a scadenza, ci portiamo dentro un desiderio immenso di vita e di felicità che nessun limite materiale riesce a soddisfare fino in fondo.
Sant’Agostino lo aveva capito meglio di chiunque altro, forse perché lui di vuoto si era ammalato come l’uomo contemporaneo. All’inizio delle sue Confessioni si rivolge a Dio dicendo che siamo stati fatti per Lui e che «inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te». Non è una frase consolatoria. È una diagnosi. Quell’inquietudine che ci portiamo dentro, quel non sentirci mai del tutto a casa in nessun luogo, in nessun possesso, in nessuna conquista, in nessuna relazione, non è un difetto da correggere. È la prova che siamo fatti per qualcosa di più grande di ciò che riusciamo ad afferrare.
L’idolo, nella tradizione biblica, è esattamente il tentativo, banale ma tenacissimo, di rispondere a un bisogno infinito con qualcosa di troppo limitato. Qualcosa di manovrabile. Qualcosa fatto a nostra immagine e somiglianza. Dostoevskij, che di questo abisso conosceva ogni piega, scriveva che «se l’uomo rifiuta Dio, si inginocchia davanti a un idolo». Non esiste, in fondo, un vero ateismo del cuore. Esiste solo la scelta di fronte a chi inginocchiarsi: e se non è più Dio, sarà comunque qualcosa. L’effetto idolo dura poco. Poi tradisce quell’apparente rassicurazione con la richiesta di altro, sempre altro, ancora altro. Il Vangelo di Matteo fa dire a Gesù una parabola paradossale proprio su questo: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo» (Mt 13,44). E in un altro punto dello stesso Vangelo, Gesù dice ancora più semplicemente: «Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21). Due frasi che sono, in realtà, la stessa frase.
Noi passiamo la vita a comprare tutti i campi di questo mondo nella speranza di sentirci finalmente appagati. Ma il segreto della parabola è un altro, e lo avvertiamo come una pazzia: vendere tutti i campi per uno solo, quello dove è nascosto un tesoro. Forse abbiamo smesso di cercare tesori. Accumuliamo campi, non gioia. Ma tutto questo può davvero ingannare il cuore fino in fondo? Evidentemente no. Le nostre cronache e i nostri media sono pieni delle bizzarrie dei ricchi: matrimoni da favola, case da sogno, vite che sembrano incredibili. È l’intrattenimento del vuoto.
Il dono più grande che si potrebbe fare a un essere umano, oggi, sarebbe restituirgli la consapevolezza che esiste un tesoro per cui vale la pena vivere. Se tornassimo a fare cultura così, allora la cultura tornerebbe a essere una grande mappa, e il vuoto che avvertiamo diventerebbe finalmente quello che è chiamato a essere: non un destino, ma solo una bussola.
