"Solo i meridionali possono cambiare il destino del Sud"

Luigi Sturzo, fondatore del Ppi, morì cinquant’anni fa. Le sue idee sul Mezzogiorno restano ancora profetiche. Vedeva in porti e isole il retaggio di una dimensione mediterranea da recuperare in fretta

Gabriella Fanello Marcucci

Il cinquantesimo dalla scomparsa di Luigi Sturzo non può ridursi ad una «commemorazione» che ne ripercorra la vicenda umana, politica e religiosa. Né può esaurirsi nel ricordarlo come il pensatore e saggista che, nel lungo esilio in paesi anglosassoni (dal 1924 al 1946), ebbe fama internazionale e pubblicò articoli, saggi e poderose monografie in inglese, francese, tedesco, spagnolo. Gli scritti di Sturzo possono oggi essere riletti nella attualità che conservano, come punto di dibattito e di riflessione indipendentemente dagli orientamenti partitici, per chi pratica la politica nel 2009, con l’intento di passare (per usare un’espressione sturziana) dall’idea al fatto. Una lettura che può procedere per argomenti, cogliendo quelli che risultano di maggiore attualità. Tra questi, senza dubbio c’è il Mezzogiorno.

Su questo tema ottantasei anni fa il segretario del PPI tiene un lungo circostanziato discorso a Napoli - nella Galleria Principe di Napoli - il 18 gennaio 1923, quarto anniversario della fondazione del suo partito. Ricorda subito che il sintetico programma lanciato con l’appello ai «liberi e forti» quattro anni prima prevede al V punto la «Risoluzione nazionale del problema del Mezzogiorno». Precisa che la dimensione nazionale ha un doppio aspetto: «In quanto gli effetti del problema si ripercuotono in tutta la nazione, e in quanto è dovere nazionale risolverlo nella sua intera portata».

Dopo un excursus storico in cui ravvisa un dualismo che pone in antitesi Mezzogiorno e governo (dualismo che non può dirsi risolto neppure nel 2009), cerca di indicare delle vie per superare quella condizione che si fonda su orientamenti psicologici e di costume. Di fronte a questo stato di fatto Sturzo annuncia che si sforzerà di «dare una risposta chiara e, spero decisiva, per la migliore comprensione della “questione meridionale”».

È vero che esiste un Nord e un Sud d’Italia, diversi per clima, per ambiente naturale e soprattutto per collocazione geografica. Il riconoscimento di tale diversità è la condizione per riuscire a realizzare una sintesi. Dice Sturzo: «Come l’alta Italia ha una zona naturale di commercio e di comunicazioni che s’irradia nell'Europa centrale, specialmente nel nord e nell’est... così il Mezzogiorno continentale e le isole hanno la loro zona nel Mediterraneo e sono non solo il ponte gettato dalla natura fra le varie parti del continente europeo in rapporto alle coste africane ed asiatiche, ma il centro economico e civile più adatto allo sviluppo di forze produttive e commerciali e punto di interferenza degli scambi. Il Mediterraneo fu sempre il bacino più trafficato dell’Europa...».

Questa visione di un Mezzogiorno che possa avere una sua floridezza e divenire un notevole centro economico nel Mediterraneo è contestato, afferma Sturzo, anche da meridionalisti del calibro di Giustino Fortunato, che vede un Sud naturalmente povero e bisognoso per risorgere della solidarietà nazionale. Il segretario del PPI non nega che il Mezzogiorno si trovi in una situazione svantaggiata e che occorra una politica che impegni «non solo i governi ma la nazione italiana». Tuttavia aggiunge: «Intendiamo bene: il risorgimento meridionale non è opera momentanea e di pochi anni, o che dipenda da una qualsiasi legge, o che venga fuori dalla semplice volontà di un governo; è opera lunga, vasta, di salda cooperazione nazionale; e che come spinta, orientamento, convinzione, parta dagli stessi meridionali».

Certamente molti errori sono stati commessi, dice Sturzo dalla politica dei governi liberali verso il Sud, soprattutto ravvisabili nello sfruttamento del territorio che ha provocato un dissesto territoriale con esiti disastrosi; e così anche politica scolastica, dei trasporti e in altro ancora. Ma di questi errori sono colpevoli, aggiunge Sturzo, anche quei politici ministeriali di estrazione meridionale che, una volta trasferiti a Roma, dimenticano le reali necessità del sud. Esistono però anche, egli aggiunge, errori diffusi nelle scelte dei singoli meridionali. Ad esempio, precisa Sturzo, nel campo occupazionale: «Errore e miseria han portato una parte del ceto semiborghese, e anche del ceto operaio, verso l’impiego;... Il piccolo impiego comunale di usciere, di commesso di segreteria, l’impiego della guardia di finanza, del carabiniere, della guardia di pubblica sicurezza, l’impiego burocratico dello Stato danno una fortissima percentuale di meridionali». Afferma quindi che «Occorre invece una preparazione e istruzione tecnica e professionale, per avere una nuova generazione che si orienti verso il lavoro utile e produttivo».

Con la stessa logica i meridionali devono orientarsi, dice ancora Sturzo, verso un diverso impiego del risparmio. È diffusa l’opinione che il Mezzogiorno non ha capitali, a questo convincimento Sturzo oppone: «Io dico che non ha fede nel suo capitale, e quindi gli altri non hanno fede in esso, non perché di fatto non vi siano dei capitali... ma perché questo capitale o è messo nelle casse postali e di risparmio, ovvero in istituti che sviluppano la loro attività principale fuori del Mezzogiorno e in imprese che poco ci daranno di risorse e di compensi».

A livello di orientamenti politici occorre superare i partiti «localistici»: «Oggi basta: i partiti nazionali debbono far sentire che la cerchia della vita politica è estesa dall’un capo all’altro dell’Italia, che la solidarietà invocata da Giustino Fortunato, non è un semplice e assurdo altruismo di due popolazioni che abbiano interessi, mentalità, costumi diversi, ma una convergenza di politica e di economia... Noi vogliamo cooperare a far vivere il Mezzogiorno con la sua vita e con la sua figura, non avulso dal ritmo della economia e della politica nazionale, ma come parte integrante dell’Italia...».
Come meridionale Sturzo conclude: «La redenzione comincia da noi... Il Mezzogiorno salvi il Mezzogiorno! Così il resto dell’Italia riconoscerà che il nostro è problema nazionale e unitario, basato sostanzialmente nella chiara visione di una politica italiana e mediterranea e di una valorizzazione delle nostre forze. Questa visione non deve essere monopolio di partito, ma coscienza politica...».

Dopo 86 anni le parole di Sturzo suonano ancora come attuali: l’appello alla responsabilità, al recupero della responsabilizzazione e del protagonismo delle popolazioni meridionali, sembrano precorrere gli accenti di Obama verso gli africani. Così come Sturzo nel 1923 da meridionale si appellava ai meridionali, Obama in parte africano nel 2009 si appella agli africani. Senza nulla togliere alla doverosità di iniziative del governo verso il Mezzogiorno, le parole del segretario del PPI nel 1923 sottolineano come il progresso delle regioni meridionali non può avvenire se non con il concorso diretto, responsabile e attivo dei meridionali stessi.

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