Il diritto, che prova a inseguire, affannato e stanco, il sopra-mondo di produzione e consumo, di traffici finanziari e commercio di beni; e non riesce, e talvolta s'arresta e dispera; quel diritto si riscopre nell'oscurità del sotto-suolo, dove è chiamato in soccorso e difesa. Esso ci riconosce nella sua antica identità, e riguadagna in forza persuasiva e vincolante. Gli si offre dinanzi l'individuo, nudo di funzioni tecniche, ritornato a sé stesso, quasi spaurito dell'inattesa libertà di farsi e costruirsi. Una sorta di riconciliazione, di alleanza protettiva, di incalzante necessità giuridica. Codesto sottosuolo ha bisogno del diritto, quasi a difesa dalla violenza degli apparati tecnico-produttivi, e il diritto risponde, deve rispondere; e così (a usare una splendida immagine di Bergson) raffigura "una corrente di coscienza che s'impegna nella materia come per crearvi un passaggio sotterraneo, fa dei tentativi a destra e a sinistra, si spinge più o meno avanti, s'infrange il più spesso contro la roccia, e tuttavia, in una direzione almeno, riesce a forare e ad emergere alla luce". La risposta del diritto non ha, in questo suo discendere verso l'esistenza singolare, il carattere di artificialità reso necessario dalla sconfinatezza tecno-economica, ma un timbro di purità normativa, di piena confacenzaalla materia regolata. L'autenticità originaria del diritto privato. Il "passaggio al bosco", a cui Ernst Jünger ha dedicato il fascinoso Trattato del ribelle, è una tra le forme dell'auto-determinazione; è la libertà di dire no alla tirannia di qualsiasi apparato.
"Qui l'uomo incontra se stesso nella propria sostanza individuale e indistruttibile". Il bosco è dappertutto; non c'è uno spazio appositamente dedicato all'esercizio della libertà. Ciò che conta è la decisione individuale, il rifiuto di lasciarsi ridurre a funzione tecnica.