Contro la critica costruttiva

Si passa, di notte, in televisione. Ambiente malsano per la mente attenta, pieno di trappole. Ti prendono per la gola, e, con la salivazione indotta, ci fermiamo. Si capita nelle acque melmose di Cinematografo di tal Marzullo, peraltro ricordato dai suoi cari come Margrullo. Gli effluvi stagnanti che esalano dalle fauci cariate delle belve criticanti ci stuzzicano le orecchie. Abbiamo l’alitoso Bertarelli e le sue gote gravitate, l’artiglio smaltato e la criniera laccata di Anselma Dell’Olio che, adombrata dalla pachidermica mole del consorte, si dice che sull’altare pronunciò la fatidica frase “Prendo il largo”.Infine, sonnambulo, si direbbe moribondo se non morituro, Rondi(ne) che non fa di sicuro primavera, ma neanche estate autunno e inverno. Eccoli i ferini tutori dell’ordine critico italiano, quelli che Carmelo Bene citando Léon Bloy avrebbe battezzato come ghiri fedifraghi che “ostinatamente cercano un letto in un domicilio altrui.” Le loro tane devono essere inospitali, aride e desolanti, infatti, infingardi, si intrufolano nella creazione dell’artista per poi costruire, ammobiliare e ribaltare un domicilio più consono alla loro pochezza. Oppure peggio ancora, vengono nutriti dalle larghe mani del padrone per poter annuire e abbaiare in coro, con la lingua di fuori, scodinzolando, alla vista della miseria che viene mascherata con la parola arte, beninteso con la “a” minuscola.
Di fronte a questa fauna, anche il divano diventa incredibilmente scomodo, rigido. Paralizzato con il labbro inamidato, si osserva. Nient’altro che opinioni, pareri, dòxe. Farfugliano responsi, mediano la loro animalesca, personalistica e trascurabile esperienza. Si presentano concilianti e mansueti, cuccioli critici come tanti altri, spettatori come tutti che ingenuamente si dilettano nell’usare inchiostro o tastiere per fissare il loro giudizio canino. Eppure non sono erbivori, sono dominanti, non sono come gli altri. Si ergono tra le teste della platea e le dirigono, assegnano stelle, cifre, faccine sorridenti oppure tristi; diventano oracoli unici e rari, escono dal coro con un motivo, ma senza alcuna giustificazione.
La giungla post-moderna in cui siamo cresciuti ci ha insegnato una regola fondamentale: le opinioni in quanto tali sono relative. Allora perché il loro abbaiare avrebbe più valore di quello degli altri?
Un tedesco mentre parlava di traduzioni raccontò come l’opera d’arte fosse un cerchio, composto da infiniti punti, ma coerente, e come la critica traduttrice e studiosa toccasse uno e un solo punto dell’anello per poi volgere all’infinito come una retta tangente. La critica, quindi non alitava opinioni, non costruiva un parere, ma destrutturava il cerchio per trovarvi un appiglio e poi in religiosa osservanza ne prolungava il culto immortale. Critica come studium, quindi devozione, passione, zelo, approfondimento. Nello zoo del Margrullo, apoteosi critica catodica, si decide invece di puntualizzare, si circoscrive, la retta si riduce ad un punto, si ferma si contorce su sé stessa, (s)consiglia, (dis)informa e (dis)orienta il comune spettatore. Come i pennuti parentali con i pulcini, i critici masticano, e sputano la brodaglia nelle bocche inebetite dallo schermo riflettente. Dittatorialmente, ci nutrono, non richiesti, di vuotezze superficiali, anedottiche e giudicanti. Autorità ridicole e ignoranti che non bagnano i loro becchi nelle profondità delle acque artistiche, ma si accontentano di bagnarsi le propaggini nella melma che gli viene propinata da artistucoli da porcile – senza offesa a Vanzina, Volo, Mengoni e compagnia starnazzante – oppure, forse peggio ancora, da produttori politicanti, alias politici producenti.
Il divano, ormai marmoreo nella sua rigidità, suggerisce di alzare le terga in direzione di un rifugio più consono. Tuttavia, le stesse terga accidentalmente schiacciano il telecomando proprio in quello spigolo destro dove la cifra 3 risalta stentorea nel suo nitore candido a dispetto degli altri quadrati consunti, evidenziando la scarsa confidenza nei confronti dell’oscuro canale trino. Eppure, prima di poter riparare all’errore, sembra di scorgere tra i pixel dello schermo un esemplare che credevamo mitologico. La creatura assume la voce fuori sincro di un rossiccio occhialuto e di una t-shirt bianca. Lo segui, ma sfugge, parla ma svicola, lo afferri ma si divincola. Un critico, Fuori Orario. Esprime la passione per la pellicola, racconta senza comunicare o informare e si dilunga, non riassume, ma amplia divaga proprio come la tangente sfiora il punto. , finalmente, e non opinione. Non ci sono stelle, né smorfie tristi o giulive, c’è Arte. Però dovrebbe muoversi in maniera più guardinga, è in via di estinzione e con le fauci sbavanti del Margrullo Show & Co. non c’è da scherzare, il passo verso l’estinzione è breve. L’ora è tarda, tardissima. Il divano non più rigido.
Come la creatura mitologica si cerca di muoversi attenti, di non abbassare la guardia e le orecchie alle opinioni abbaiate da lontano. L’incontro Fuori Orario lascia quella speranza tipica del miracolo, che rincuora e spaventa, poiché consapevoli che si tratta per l’appunto di un extra-ordinario e non della norma. La norma è altra, è quella vampiresca che lascia esangue l’Arte per nutrire parti(ti) e autorità. Se Bene, e non è una congiunzione, si diceva più ingeneroso di Nietzsche nei confronti delle creature critiche che succhiavano la linfa dall’Arte poiché rispetto al tedesco si era stancato di loro per cent’anni di più; allora noi che abbiamo quarant’anni aggiuntivi di sopportazione sulle spalle, forse per non giacere del tutto esangui dovremmo iniziare a disinfestare la zona quando ancora un po’ di linfa scorre nelle vene.

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