Così per Del Noce e Spirito si sono persi i grandi valori

I due filosofi si chiedevano se fossero al tramonto Ma forse si tratta solo di una eclissi temporanea

È impresa ardua riassumere in un articolo il dibattito fra Ugo Spirito (1896-1979), l'ultimo esponente dell'attualismo gentiliano, divenuto poi positivista e comtiano, e Augusto Del Noce (1910-1989) considerato dal pensiero neo-illuminista, abbastanza impropriamente, il de Maistre italiano. I due filosofi avevano dissertato, nel 1969, sul tema Tramonto o eclissi dei valori tradizionali? sul periodico L'Europa e fu Alfredo Cattabiani a raccogliere nel 1971 i loro saggi nella collana «Problemi attuali» edita da Rusconi e da lui diretta. Alla brevissima introduzione del fine studioso tradizionalista fa riscontro ora nella nuova edizione: Ugo Spirito - Augusto Del Noce, Tramonto o eclissi dei valori tradizionali?, Aragno, pagg. XXXV + 264, euro 20) - quella ampia e articolata di Francesco Perfetti, che si è cimentato col pensiero di Spirito e di Del Noce (soprattutto del secondo, anche in ragione della diversa lunghezza del suo saggio) ricostruendone le linee-guida e inserendole in una approfondita e impegnativa storia delle idee della seconda metà del Novecento. Con un'attenzione, ovviamente, rivolta in primo luogo al problema del totalitarismo e alle sue diverse espressioni tedesca e italiana.

Le tesi di Spirito e di Del Noce sono molto chiare. Per Spirito, nel nostro tempo, i valori acquistano «carattere di universalità» solo se corrispondono a «una forma di sapere capace di indurre a un consenso generale (...) Ora, il sapere in virtù del quale si va operando l'unificazione del mondo è il sapere scientifico, mentre le forme di sapere limitate a determinate zone e a determinati gruppi sociali sono le religioni, le filosofie e le ideologie politiche. La differenza sostanziale che corre tra i due tipi di sapere è data dal fatto che il sapere particolare è caratterizzato dalla presunzione di possedere la verità e dalla volontà di combattere le diverse od opposte presunzioni, mentre il sapere scientifico è caratterizzato dal riconoscimento della propria natura ipotetica, che all'illusorio possesso della verità contrappone la semplice volontà della ricerca, facendo appello alla collaborazione universale». Ne derivano il ridimensionamento del concetto di patria, la religione ridotta a vaga coscienza del soprannaturale, la crisi delle ideologie, l'antipolitica, la fine della democrazia individualista, fondata sul «presupposto di una impossibile competenza», sull'istituto della maggioranza e sulla «relativa violenza», il crepuscolo della famiglia e della scuola etc... «In un mondo in via di unificazione, tutto ciò che ha portata regionale tende a diventare marginale e secondario. Veri valori possono essere soltanto quelli che hanno un significato e un riconoscimento universali». Sembra il preannuncio della political culture dell'Italia contemporanea, dove i giuristi parlano di diritti cosmopolitici e alla frontiera di Ventimiglia lo slogan delle manifestazioni antigovernative è: abbattere i confini!

La pars destruens del pensiero di Spirito colpì non poco Augusto del Noce, che condivideva il convincimento - come mise in luce un grande filosofo liberale e (cattolico) oggi dimenticato, Francesco Barone, nel volume collettaneo Augusto Del Noce. Il problema della modernità (Edizioni Studium, 1995) - che «gli eventi culturali, civili e politici sono determinati dalle idee dei filosofi, viste non come congetture individuali, ma come inevitabili momenti di una loro intrinseca dialettica».

Del Noce non contesta la fenomenologia della crisi ma la ricostruzione della sua genesi. «A mio modo di vedere esordisce - né lo spirito della scienza, né le sue conseguenze pratiche hanno provocato o provocano oggi il tramonto irrevocabile dei valori tradizionali. È stata al contrario l'eclissi dei valori tradizionali, conseguente a un'errata interpretazione della storia contemporanea nel suo aspetto etico-politico e questo errore ha radici molto profonde, tanto da implicare la generale interpretazione della storia dell'intero pensiero moderno che ha portato all'hýbris della scienza come nuovo ideale che sorge e si afferma in maniera rivoluzionaria rispetto al passato, ponendosi come valore assoluto».

Il leit motiv della filosofia politica delnociana sta nel nesso tra razionalismo illuministico e «millenarismo scientistico». Lo scientismo è «la concezione totalitaria della scienza, per cui essa si presenta come l'unica conoscenza vera» e «ogni altro tipo di conoscenza, metafisico e religioso, non esprime che delle reazioni soggettive di cui l'estensione della scienza al mondo umano, con le discipline psicologiche e sociologiche, riesce, o riuscirà, a rendere conto». All'uomo, «separato dalla dimensione del passato», nulla «è consegnato (tradizione, da tradere), nulla ha da consegnare, e deve soltanto prender posto in un processo irreversibile, in cui il salto di qualità viene sostituito e falsificato dall'accelerazione del movimento».

Il paradosso del nostro tempo, per Del Noce, «sta nella coincidenza tra il massimo rifiuto della tradizione e il massimo conservatorismo». Ma non si tratta di «un conservatorismo che si rapporti alla custodia di valori incarnati nella realtà già esistente, o alla preoccupazione della continuità tra il vecchio e il nuovo». Il conservatorismo odierno «difende il puro esistente, sia pure nella sua crescita che non si identifica col progresso, separato non soltanto dalla tradizione che ha negato ma anche da un futuro reale. È l'esistente che non chiede giustificazione ad altro tranne che al suo esserci; l'ideale rivoluzionario di liberazione universale si converte perciò nel puro principio della forza».

Di qui l'importanza cruciale rivestita dalla comprensione della società tecnocratica, grazie alla quale storicamente il progressismo e il rivoluzionarismo atei si traducono «nel rafforzamento massimo dello spirito borghese». Del Noce vedeva nel fascismo e nel comunismo il momento sacrale dell'età della secolarizzazione, ovvero della società senza Dio - in cui la tradizione si piega al servizio della rivoluzione - e nella società opulenta quello profano (in cui si assiste al suicidio della rivoluzione di cui non c'è più bisogno). Si possono condividere o meno le sue analisi, certo è che facevano a pezzi i clichés della cultura (ancora) dominante.