Fargo: prede e predatori

Nel 1996 la coppia di fratelli più celebre del cinema contemporaneo, ovvero i Coen, sfornavano Fargo che, per incassi e per le due statuette del pelato d’oro, li avrebbe rivelati al grande pubblico, sebbene venissero già da produzioni importanti come Barton Fink, Miller’s Crossing e Raising Arizona. Il film consolidava i temi che caratterizzeranno la filmografia dei fratelli: violenza, idiozia, candore, intuizione e una valigetta piena di soldi. Come dei Dostoyevsky post-moderni i due suggerivano un male tragicomico e radicalmente edenico che contaminava tramite il veicolo dell’idiozia umana tamponato dagli sprazzi di candore nevoso e intuizione etica dell’incinta Marge Gunderson. Nel Dicembre appena trascorso viene trasmessa in Italia l’omonima serie, ispirata alle vicende sanguinose del Minnesota.
“THIS IS A TRUE STORY. The events depicted in this film took place in Minnesota in 1987 [2006]. At the request of the survivors, the names have been changed. Out of respect for the dead, the rest has been told exactly as it occurred.”
Come recitano le parole sopra riportate che introducono sia il film che la serie, tutto in Fargo si attiene alla descrizione mimetica della banalità del male umano. Tuttavia, tra la banalità dei Coen e quella di Noah Hawley, ideatore della serie, sembra che qualcosa sia successo.
La banalità malefica dei Coen si basava su un continuo chiaroscuro espressionista in cui le ombre idiote del male sembravano allungarsi nel candore dell’intuizione e dell’integrità. In questo senso, i due fratelli costruivano una vera e propria tragicommedia che viveva nella coesistenza ossimorica di opposti che invece di annullarsi si alimentavano; l’oscurità della banalità del male rimaneva nettamente distinta dal nevoso barlume di purezza che le si opponeva. Il male, quindi, era si un’entità edenica ed atavica, ma trovava una nemesi nei suo opposti e proprio nella zona liminale tra questi opposti e la banalità si consumava l’eterna battaglia. La banale idiozia di Steve Buscemi, William H. Macy o di Harve Presnell si scontrava con il candore del femminino, McDormand, che nella sua pienezza si opponeva alla dilagante stupidità violenta dell’uomo. Una banalità sia del bene che del male: un’etica consolatoria.
Se i riferimenti al film dei Coen siano numerosi (vedi il piumino arancione di Nygaard, la valigetta di Buscemi o la gravidanza di Molly), al contempo Fargo, la serie, sembra variare la struttura ossimorica dell’etica dei Coen verso una sistema pestifero. La serie rappresentando i fatti sanguinolenti del Minnesota ci offre una banalità che non è più origine del male, ma bensì soggetta al male stesso. Nel film dei Coen la banalità dell’essere umano era un fattore trasversale che si manifestava come violenta stupidità o candida purezza. Nella serie, questa trasversalità esiste ma non risulta essere eticamente fondante, ma si fa strumento per l’epidemia del male che coinvolge la cittadina di Bemidji. Il male assoluto senza logica né pietà, incarnato da Billy Bob Thornton/Lorne Malvo, sfrutta la banalità umana (vedi Nygaard, Oswalt o Milos) per infestare come un virus la calma apparente delle lande nevose del Minnesota. Al tempo stesso, quando assimilato, come nel caso di Nygaard, il male trasforma quella banalità in una fredda lucidità di sopravvivenza, si passa dall’essere prede all’essere predatori.
“Did you know the human eye can see more shades of green than any other color?”
“How can the human eye can see more shades of green than any other color? ‘Cause of predators. Used to be, monkeys we were, right? And in the woods, in the jungle, everything’s green. So in order to not get eaten by panthers and bears and the like, we had to be able to see them, you know, in the grass, and trees and such. Predators.”
Il quesito, poi risolto da Molly, che il malefico Malvo pone all’ingenuo Gus riassume come la conoscenza della nostra natura sia l’origine della banalità del male, poiché ci permette di sfruttarne la fondamentale ignoranza. Come nel giardino edenico, il peccato umano viene colto dell’albero della conoscenza. Tuttavia, questa conoscenza permette al contempo la reazione al male stesso, il femminino Allison Tolman/Molly Solverson. La poliziotta, vera nemesi di Malvo, ne condivide la capacità cognitiva del male puro; in quanto candida integrità combatte si trova estranea alla banalità che condiziona gran parte del genere umano e tenta di servirsene per fare del predatore (Malvo) la sua preda. In questo senso, se in Fargo dei Coen la banalità non lascia superstiti, nella serie catodica questa banalità, per quanto atavica, costituisce l’intervallo tra due estremi che contenendola ne sono, però, esclusi: la malvagità radicale di Malvo e il candore gravidante di Solverson. La banalità si fa veicolo etico, non più forzatamente del bene né del male; come ogni veicolo può essere, quindi, guidata in sensi opposti secondo il conducente: un’etica della scelta.
Pare, quindi, che in questi vent’anni dall’essere tutti prede siamo passati ad esser anche predatori.

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