Festival di

da Cannes

Uno scrittore di teatro è impegnato a mettere in scena una sua commedia. È una rivisitazione di Venere in pelliccia, il celebre testo di Sacher-Masoch, ma i provini per trovare Vanda, l'attrice protagonista, sono andati tutti male e Thomas, questo il suo nome, se ne lamenta al telefono. È un intellettuale puro, lui, uno che il suo testo lo ha levigato, uno che crede al valore delle parole, che non sopporta i facili sociologismi e psicologismi che vanno così di moda nei salotti televisivi e nelle cene borghesi. È molto sicuro di sé, Thomas, della sua lucidità, del suo anticonformismo. All'improvviso, quando sta per rimandare al giorno dopo quella che gli sembra una ricerca disperata, gli compare in teatro un'ultima aspirante alla parte. È volgare, di più, è sguaiata, mastica gomma americana, ha un timbro di voce sgradevole, si capisce che è un abisso di ignoranza. Eppure quando, controvoglia e come per sfinimento, lui la mette alla prova, è l'incanto: comprende perfettamente il personaggio, ne conosce a memoria le battute, la dizione è impeccabile, si è portata dietro accessori e costumi. Via via che l'audizione prende corpo e aumenta di intensità, Thomas resta ammirato, poi attratto, infine ossessionato...
Accolto dagli applausi di pubblico e critica, La Vénus à la fourrure di Roman Polanski si inserisce d'autorità tra i film candidati a essere premiati a Cannes. Girato tutto in interni, tranne una breve panoramica iniziale, lungo una strada battuta dalla pioggia che porta all'ingresso del teatro, ha molti elementi tipici delle sue creazioni. L'isolamento e la costrizione, la dominazione e l'impotenza, lo scambio dei ruoli e il travestimento, l'identità e la sua perdita... Qui però tutto è messo al servizio del sarcasmo, di cui del resto il testo, ripreso dall'omonimo lavoro teatrale di David Ives, è pieno. Ironicamente, Polanski vi aggiunge la presenza di sua moglie, Emmanuelle Seigner, nella parte della divinità dell'amore da adorare, e fa di Mathieu Amalric, vestito e pettinato come lui, un suo clone più giovane.
Dopo Carnage, di Yasmine Reza, è la seconda volta che il regista adatta per il cinema una pièce teatrale. Ottant'anni portati benissimo, una carriera piena di riconoscimenti (Oscar, Palme e Orsi d'oro, Coppe Volpi etcetera), ama ancora mettersi alla prova. «Sì, altrimenti mi annoio. Qui la sfida era lo spazio, due attori soltanto, il pericolo di fare del teatro filmato per la televisione... E poi c'era la possibilità di un bel ruolo per Emmanuelle: era da tanto che volevo tornare a lavorare con lei».
Per chi un poco conosce la sua vita e le sue opere, la tentazione di pensare che l'universo sadomaso che deve il suo nome proprio a Sacher-Masoch gli possa essere familiare, è stoppata subito da Polanski. «No, assolutamente. Anzi, lo trovo abbastanza comico. Un amico mi ha fatto vedere dei film porno-maso giapponesi e ne sono rimasto esterrefatto. Non immaginavo che ci potesse essere gente che si appassiona a pratiche del genere. Credo anche che ci sia una forma di snobismo, un po' come per il punk o per il gotico...». Nel film c'è una battuta illuminante. «Nuda sulla scena? - dice Vanda -. Nessun problema. Lo faccio gratis. Il sadomasochismo lo conosco, lavoro in teatro»... Per molti versi, insomma, nel rapporto fra attori e fra regista e attori c'è un sottile gioco di specchi, di trucchi, di dominazione e di sottomissione. «Certo, naturalmente - ammette Polanski -. Ma il film lo mette in ridicolo, lo smonta e quella, del resto, è una battuta del testo originale di Ives».
Emmanuelle Seigner è una Venere in pelliccia, come dire, imperiale, perfettamente a proprio agio nelle varie anime che incarna. «Sì, in tutte c'è un po' di me. Quello che però mi ha più divertito recitare è il cotè volgare. Lì sono andata sino in fondo, con allegria... E poi trovo divertente il modo in cui lei non prende sul serio quel mondo di turbamenti sessuali, lo irride, giudica il testo che deve recitare inesistente e sessista. E certo, per restare in tema sadomaso, fare l'attrice, dipendere dal desiderio altrui, è un peso che la mia parte ribelle fatica a sopportare».
Mathieu Amalric, già qui in concorso con Jimmy P., fa benissimo l'intellettuale tipo, gonfio di sé. «È di un'estrema presunzione, del genere di chi si auto-proclama regista dicendo: «I registi non capiscono niente, meglio che sia io a dirigere il mio testo». In realtà è un novizio, non ha alcuna esperienza di che cosa sia la carne di un attore, tanto meno di una attrice. È un piccolo borghese».
Più crudele di Carnage, dove ad andare in pezzi erano le relazioni di coppia, Venere in pelliccia è una provocatoria messa a nudo di presunzioni e preconcetti, intellettualismi e manie.
StSo

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