Il film del weekend: "Lo sciacallo"

Un'opera prima affascinante e riuscita sullo spietato cinismo dei media, con un imperdibile Jake Gyllenhaal nei panni del sociopatico protagonista

Il film del weekend: "Lo sciacallo"

"Lo sciacallo", esordio registico dello sceneggiatore Dan Gilroy, è un film attraente e spietato che vanta uno script solido, un ritmo ipnotico, un'ottima fotografia e, soprattutto, una performance che profuma di futura candidatura all'Oscar, quella di Jake Gyllenhaal.

Lou Bloom (Jake Gyllenhaal) è un giovane uomo in cerca di lavoro che sopravvive facendo il ladruncolo, almeno fino a quando, una notte, incontra la sua vocazione imbattendosi per caso in una troupe che sta filmando la scena di un incidente stradale. Deciso a intraprendere la carriera di reporter freelance, si aggira, telecamera in spalla, nella Los Angeles notturna in cerca di eventi di cronaca nera. La prima acquirente delle sue riprese è la responsabile di un telegiornale locale, Nina (René Russo), veterana del giornalismo d'assalto con una predilezione per quello truculento e acchiappa audience. Sempre più affamato di scoop, Lou arriverà a perdere ogni freno inibitore e a rendersi parte attiva nella costruzione della notizia da filmare.

E' raro vedere al cinema un protagonista tanto incisivo e debordante. Lou è un autodidatta, tutto quello che sa lo ha imparato in maniera mnemonica da manuali di autoaiuto, di marketing e di strategia aziendale pescati in Internet. La sua intraprendenza, l'abnegazione totale al lavoro e l'ambizione a far suo il sogno americano susciterebbero una qualche ammirazione se non fosse che siamo davanti ad una personalità borderline, ad un individuo risoluto e scaltro nei cui sorrisetti cordiali non si ravvisa la minima traccia di empatia o di emozione autentica. Opportunista e manipolatore, si muove con un istinto predatorio infallibile e sa che la sua attesa eccitata darà frutti: ogni crimine o disgrazia si convertirà in dollari.

La trasformazione fisica di Gyllenhaal nei panni di quest'antieroe ultra-cinico è impressionante: l'attore, dimagrito per il ruolo, ha il viso scarno, occhi fissi e spalancati e movenze grottesche; il suo Lou si esprime con una verbosità robotica e mette alla prova gli interlocutori sfoderando una persistenza educata quanto odiosa. A causa del fanatismo e della maniacalità del personaggio, talvolta l'interpretazione sfiora la caricatura, ma la cosa sembra intenzionale: nonostante si tratti di un action-thriller drammatico, ci sono diversi momenti d'umorismo nero e di satira sociale. Non viene emesso alcun giudizio morale sul protagonista, per quanto si tratti di una figura squallida e dalla condotta riprovevole; l'atto d'accusa della pellicola è diretto semmai nei confronti del cannibalismo dei Media. I mezzi di comunicazione ritratti pullulano, infatti, di gente senz'anima votata ad un pragmatismo dimentico di qualsiasi umanità; il loro è un giornalismo che sfrutta e fagocita tutto in nome dello share e che si preoccupa di aggirare i problemi legali della messa in onda di certi sanguinosi servizi, non certo quelli etici. In questi luoghi di lavoro si creano "professionisti" raccapriccianti come Lou e si premiano in virtù dei comportamenti scorretti che tengono. Genera inquietudine domandarsi quale sia il grado di realismo del film, così come fermarsi a riflettere sul fatto che chiunque fruisca, da spettatore, di un certo tipo di contenuti violenti legati a episodi di cronaca rischi di rendersi complice di un sistema d'informazione che ormai troppo spesso oltrepassa il limite.

Anche se qua e là ci sono svolte nella trama piuttosto prevedibili, "Lo sciacallo" riesce comunque incredibilmente a tenere alta la tensione dall'inizio alla fine. E' un thriller sui generis che affascina ed emoziona coniugando momenti brillanti e d'azione a scene di feroce spietatezza.

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