Olga Tokarczuk, la vagabonda persa tra i versi e il romanzo

Attenta ai temi dell'internazionalismo dominante, era la candidata perfetta. La sua prosa è una nenia che incanta

Olga Tokarczuk, la vagabonda persa tra i versi e il romanzo

Pur vampirizzata da Peter Handke Nobel per la letteratura piuttosto ovvio è Olga Tokarczuk la degna rappresentate dell'accademia svedese. Donna, età adatta 57 anni , opera letteraria in sintonia con l'internazionalismo dominante. Il terzo Nobel per la letteratura assegnato a un polacco (gli altri sono andati a due poeti di genio: Wislawa Szymborska e Czeslaw Milosz), fin dalle motivazioni («per la sua immaginazione narrativa che con passione enciclopedica rappresenta il superamento dei confini come forma di vita»), è, in sostanza, un premio politico dato a una scrittrice antisovranista, antinazionalista. Impegnata contro il dominio di destra di Andrzej Duda («C'è una forte propaganda, oggi, in Polonia. Non era così forte neanche durante la mia infanzia, sotto il comunismo. Il nostro governo vuole creare una macchina della propaganda, vuole controllare e definire la storia, riscrivere il nostro passato, cancellandone i lati oscuri», ha dichiarato l'anno scorso alla rivista del Pen Club inglese), la Tokarczuk ha vinto il Nobel con un romanzo, Bieguni (edito in Polonia nel 2007, in Italia quest'anno, per Bompiani, come I vagabondi), che è il manifesto della multiculturalità, dello sconfinamento, del vagabondaggio, appunto, come stile di vita. Agli inglesi abituati all'Anatomia dell'irrequietezza di Bruce Chatwin il libro è piaciuto assai: nel 2018 lo hanno dorato con il Man Booker International Prize e la fama della Tokarczuk è diventata planetaria. Va detto che in Italia, per merito di case editrici che ancora fanno ricerca nel retro del noto, la Tokarczuk non è sconosciuta: vent'anni fa le edizioni E/O hanno pubblicato Dio, il tempo, gli uomini e gli angeli (poi ripreso da Nottetempo come Nella quiete del tempo), nel 2006 Forum ha stampato Che Guevara e altri racconti, nel 2007 Fahrenheit 451 edita Casa di giorno, casa di notte, nel 2012, sempre per Nottetempo, esce Guida il tuo carro sulle ossa dei morti, l'anno scorso Topipittori pubblica il racconto per ragazzi L'anima smarrita.

In una intervista al Guardian la Tokarczuk ha detto che leggere Freud le ha cambiato la vita, che Bruno Schulz «è il genio assoluto della lingua polacca», che «quando ero adolescente ero innamorata di Thomas S. Eliot»; anche se non riesce a leggere Finnegans Wake, «è per me un conforto rileggere i libri di Stanislaw Lem». Di certo, altri scrittori avrebbero meritato il Nobel (i sempiterni Milan Kundera e Cormac McCarthy; scrittrici più dotate come Anne Carson e Susan Stewart), ma il premio, al netto dei riferimenti politici, poteva andare peggio. «Scrittrice polacca per lingua e cultura, ma scrittore universale» (così si definisce), con I vagabondi, l'opera somma, la Tokarczuk dimostra due cose. Intanto, che i poeti sono i romanzieri più grandi. Poi, che non esiste più il romanzo regionale. Il libro della Tokarczuk, frammentato, fitto di storie, pieno di padri e di padrini da Lawrence Sterne a Salman Rushdie, da W.G. Sebald a Jan Potocki con qualche chilo di Chatwin potrebbe essere stato scritto a Varsavia come a Tokyo o a New York. Probabilmente insoluto, certamente insolito, pieno di sketch (alcuni sfiziosi), questo non-romanzo è un atlante dello stravagante, è una nenia che incanta, redatta in lingua sobria (perciò: facilmente traducibile), che intreccia (senza coagularle) decine di vicende e di volti, da Chopin a James Cook, dai «giovani chassidim» che «ballano pogando sul lungomare» alle donne musulmane «completamente coperte dal velo» che guardano «incantate» Lara Croft, dalla materia oscura al lato oscuro di Wikipedia («deve esistere un altro tipo di raccolta del sapere: quello che non sappiamo, il suo rovescio», e una intenerita, cullante sensazione di caos. Insomma, un gioco di società più che un romanzo.

Mi incuriosisce piuttosto, il romanzo pubblicato dalla Tokarczuk nel 2014, Kisiegi Jakubowe, «I libri di Jakob», che mi auguro il Nobel contribuisca a far tradurre quanto prima. Il romanzo che ha aizzato la rabbia dei nazionalisti polacchi si centra sulla vita di Jakob Frank (1726-1791), mistico polacco ebreo che si pensava la reincarnazione dell'apostata Sabbatai Zevi e che adottava la strategia della tenebra, la purificazione attraverso la trasgressione (vincere il male con il male), come via divina. Qui, il tradimento, l'abiura, la menzogna e il nascondimento assurgono al ruolo di virtù. Sulla carta, eccitante.

Nelle fotografie che sbocciano in rete la Tokarczuk ha i dread annodati sul cranio, a formare un nido. Ne I vagabondi traccia un'efficace metafora per dire la letteratura: «Rimpicciolire il mondo... rimetterlo nella sua piccola scatola, in un panottico portatile». Racconta la storia di «quel viaggiatore che ho incontrato una volta in treno», il quale «di tanto in tanto deve andare a Parigi a visitare il Louvre per un'opera che secondo lui vale davvero la pena vedere». È il San Giovani Battista di Leonardo da Vinci, dalla chioma boschiva, che sorride in modo malizioso, ruota il braccio destro e con la mano indica il cielo. «Si piazza davanti al quadro di san Giovanni e concentra lo sguardo sul suo dito alzato». Ecco. I lettori contemplano il dito che lo scrittore ha dipinto per loro. Domandarsi cosa indichi e dove conduca quel dito, verso l'abisso o il regno, il rogo, il ruggito o il premio, beh, non è compito dello scrittore. Buona avventura.

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