Solitudine, gelosia e rabbia. Ecco cosa resta del West

Rae DelBianco nel suo esordio narrativo scrive un thriller di frontiera che indaga l'animo umano

Non è cosa rara attendere l'uscita del romanzo d'esordio di una nuova voce letteraria che, ancor prima della pubblicazione, si annuncia attraverso accostamenti scomodi, talvolta imbarazzanti.

Ruvide Bestie (Neri Pozza, traduzione di Francesca Cosi e Alessandra Repossi, pagg. 303, euro 18), di Rae Delbianco deve fare i conti con paragoni che fanno tremare le gambe. Qualcuno lo ha accostato a certe cose di Cormac McCarthy, Denis Johnson e, addirittura, Jim Thompson. Del primo c'è sicuramente il rapporto ancestrale, profondamente americano, tra natura selvaggia e violenza (vengono in mente in modo quasi automatico certe scene della Trilogia del confine e di Non è un paese per vecchi); con il secondo faccio più fatica a trovare elementi di vicinanza; mentre il solco tracciato da Jim Thompson, un maestro del noir di provincia, deve essere stato la linea guida della Delbianco per la naturalezza virginale di certi personaggi e la brutalità di alcune situazioni.

In una isolata contea dello Utah, Wyatt Smith e sua sorella Lucy mandano avanti da soli il ranch che era stato messo in piedi dal padre, morto in circostanze tutte da chiarire per una fucilata sparatagli dalla figlia che lo aveva scambiato per un orso nella boscaglia. Il rapporto strettissimo, quasi morboso, tra fratello e sorella, che custodiscono quel segreto indicibile, mostra le prime crepe quando una strana ragazza meticcia si insinua nella loro proprietà per abbattere alcuni loro capi di bestiame. Wyatt, che ha un occhio di vetro, rende inoffensiva questa creatura selvaggia, che però riesce a fuggire. Spinto da sua sorella Lucy, Wyatt si mette sulle sue tracce, finendo per doversela vedere con gli spietati esponenti di un cartello della droga. Specchiandosi in quella ragazza che sembra essere sempre un passo avanti rispetto a ogni suo interlocutore, Wyatt capirà meglio se stesso, dopo il lungo isolamento autoimposto.

Il paradosso di questo romanzo è che le sue prime pagine, che dovrebbero trascinare il lettore quasi con la stessa violenza dei suoi protagonisti all'interno della storia sono forse quelle più deboli, ma poi la forza della narrazione cresce a dismisura. Lo spunto iniziale è originale, eppure sa di già visto. C'è qualcosa di respingente nell'apertura dai toni forti, ma la violenza si fa metafora di un ambiente naturale talmente totalizzante nell'isolamento da creare relazioni malate, potenzialmente incendiarie e incestuose, comunque in grado di spostare equilibri umani considerati normali. «Dall'altra parte c'erano solo chilometri e chilometri di natura selvaggia... davano il senso dell'attraversamento, del passaggio da una terra che era loro a un'altra, una terra nuova, la consapevolezza di essere i primi a posarci gli occhi, come se fossero spariti dalla superficie terrestre e adesso stessero camminando sul rovescio del mondo, incollati per qualche scherzo della gravità».

Sembrerebbe un mondo creato dalla mente malata di uno scrittore. In realtà, non è raro imbattersi in territori semi-inesplorati nel grande West, dove uomini e animali sono perennemente in lotta per un posto al sole e dove la legge talvolta fatica a imporsi con i suoi strumenti abituali. «C'è un equilibrio difficile tra le cose che ti vengono date e quello che ci puoi fare... Questo posto ti porta via qualcosa. Ogni volta che gli prendi qualcosa, se ne riprende un pezzo» dice un personaggio minore a un certo punto.

Ruvide Bestie, pubblicizzato negli Usa come un thriller americano western, in gran parte è proprio quello: un lucido, crudele ritratto di un Paese in cui ancor oggi l'uomo è alienato perché non in grado di uniformarsi ai codici del vivere sociale oppure si isola da solo nel timore di non essere in grado di farlo. Il cowboy solitario resta un topos della narrazione a stelle e strisce. Ruvide Bestie aggiunge però un'introspezione psicologica da tragedia greca alla classica struttura del western e del thriller. La bella copertina ne è il manifesto.

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