Campioni anche in piscina, Neymar e Robben vincono nell'arte del tuffo

Il brasiliano Neymar è ad oggi uno dei maggiori esponenti in quella che è stata denominata "l'arte del tuffo", nella quale ieri si è fatto ammirare anche l'olandese Robben contro il Messico. Uno studio recente ha dimostrato che più si vince, più si è teatrali sul campo

Una caduta di Robben nel corso del match con i Messicani
Una caduta di Robben nel corso del match con i Messicani

Nella sfida fra i due assi di Brasile e Olanda al momento è in vantaggio Arjen Robben, che nell'ottavo di finale disputato ieri ha dato un saggio delle sue qualità di... intrattenitore.

Contro i Messicani l'ala "oranje" ha sfoderato un paio di tuffi degni di nota, ai quali va aggiunto un contatto in area al minuto 92 che ha fruttato il rigore decisivo per la vittoria degli Olandesi. Indubbio il fallo di Marquez, ma la caduta ha concesso non poco alla teatralità. Ad onor del vero bisogna riconoscere che la stella del Bayern Monaco si è scusato per il tuffo di cui si è reso protagonista a circa venti minuti dal termine del match, riconoscendo che si è trattata di una "simulazione stupida"; il contatto che ha portato al rigore, però, c'era tutto e quindi la vittoria olandese non può essere messa in discussione, secondo il Robben-pensiero.

Eppure questo non è bastato a placare l'ironia che oramai accompagna ogni caduta in area dell'Olandese, che al minimo contatto va giù come se fosse stato abbattuto con ferocia dai difensori avversari. Il commento più appuntito è stato quello di Jeremy Stahl, che ha detto la sua sull'episodio parlando di Robben al passato, come se il fallo di Marquez lo avesse fatto passare a miglior vita.

"L'Olanda piange una perdita tragica"- ha scritto Stahl con sarcasmo sul sito "Slate.com" -"ma il sacrificio di Robben è stato decisivo per il passaggio del turno".

Ad essere oggetto di critiche, più che la simulazione, è la platealità delle cadute, e Neymar viene considerato un vero campione nel tuffo sull'erba. L'esempio arriva dall'altro ottavo di finale che ha visto di fronte Brasile e Cile: contatto fra l'asso brasiliano e il cileno Vidal che si conclude con Neymar che rotola a terra come se non potesse più rialzarsi. Naturalmente è rimasto in campo sino alla fine, segnando anche uno dei rigori che hanno permesso ai Verde-oro di approdare ai quarti.

Analizzando con i numeri il fenomeno (ci si riferisce all'arte di tuffarsi, non ai due giocatori presi finora in considerazione), il "Wall Street Journal" ha esaminato 32 partite del Mondiale, durante le quali sono stati 302 i giocatori finiti a terra in preda al dolore; i minuti persi per tutte le cadute - compreso il tempo necessario a rialzarsi - sono stati ben 132. Di questi 302 giocatori, solamente 9 sono stati poi effettivamente sostituiti perché non in grado di continuare a giocare: si tratta di una minoranza davvero ridotta.

Tutti gli altri sono stati capaci di proseguire e in percentuale, com'è logico che sia, ha perso più tempo chi al momento del (presunto) fallo si trovava in vantaggio. I numeri lo confermano: sono 103 gli infortunati "gravi" delle squadre avanti nel punteggio, soltanto 40 quelli delle squadre che dovevano recuperare lo svantaggio. La squadra che ha lamentato più "drammatiche cadute" è proprio il Brasile: 17 "incidenti" in due gare, con Neymar cannoniere di questa speciale classifica con 5 presunti "infortuni". La squadra più rocciosa, e meno teatrale, è invece la Bosnia: solamente due gli infortuni registrati in due partite.

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