"Caro Lance, mi dispiace ma io ho pagato il conto degli errori nel ciclismo"

L'ex azzurro risponde ad Armstrong, che si lamenta del diverso trattamento nell'ambiente

"Caro Lance, mi dispiace ma io ho pagato il conto degli errori nel ciclismo"

Il bulletto fa l'ultimo balletto, anche se temiamo continuerà ad agitarsi ancora un po', perché fermo non è mai stato capace di stare, e di questi tempi anche di lingua va veloce. Dance Armstrong parla e danza, nel documentario Lance, in onda da lunedì negli Usa su Espn e firmato da Marina Zenovich. Due puntate sul sopravvissuto al cancro che seppe successivamente vincere 7 Tour de France. Una storia pazzesca, conclusa nel peggiore dei modi. La sua storia è magnifica, fino ad un certo punto, però. Poi c'è l'inganno. Il Grande Inganno. Il più grande di tutti, con la complicità dell'organizzazione mondiale del ciclismo (Uci, ndr) che l'ha protetto al pari della più importante corsa ciclistica del mondo: il Tour de France. Alla fine sarà sbugiardato (da livestrong, a liestrong) dalla giustizia ordinaria americana, non da quella sportiva. Quella ha sempre chiuso entrambi gli occhi, non ha mai visto nulla, fin quando è stata costretta ad aprirli, ma ormai era tardi. Maledettamente tardi.

Su Lance Armstrong sono usciti libri e film (The Program), ora anche questo documentario, che aggiunge ben poco alla narrazione di uno degli sportivi più arroganti e bari che lo sport abbia mai conosciuto. Un «dopato precoce», che conosce il dottor Mito, Michele Ferrari, grazie a Eddy Merckx, che glielo presenta. Parla di Ullrich e di Pantani, di Filippo Simeoni - che con il Giornale nei giorni scorsi si è aperto («È venuto in Italia per chiedermi scusa, ora sarei anche d'accordo per una sua riabilitazione», ha detto) - e di Ivan Basso, con il quale non è stato certamente carino. In pratica del campione varesino il texano ha detto che a lui offrono lavoro e lo invitano in tivù, «eppure Ivan ha fatto cose simili alle mie».

Ivan, cosa ha pensato nel sentirsi chiamare in causa da Lance Armstrong?

«Francamente non ho visto il documentario e non so se si sia espresso in quel modo. Da parte mia posso solo dire che a Lance sono e sarò sempre grato, perché con me si è sempre comportato non solo bene, ma benissimo. Quando mia mamma Nives si ammalò di cancro, lui si fece in quattro per darci una mano. Stessa cosa quando il problema toccò a me nel 2015. Cosa posso dirle, con me è stato davvero generoso e disponibile».

Però l'ha chiamata in causa.

«Io nel ciclismo ho fatto tante cose belle e meno belle. Nel 2006 sono stato coinvolto nell'Operacion Puerto, e per questo sono stato messo spalle al muro: ho confessato le mie colpe (frequentazione di un medico Eufemiano Fuentes inibito per questioni di doping) e ho pagato con due anni di squalifica. Dal paradiso sono finito all'inferno, adesso da oltre quindici anni lavoro con impegno nel mondo del ciclismo. Con Alberto Contador gestiamo una squadra di ragazzi, e nel mondo del ciclismo abbiamo tanti altri interessi. Cerchiamo di dare il nostro contributo per far si che questo sport possa essere migliore».

Lance era il migliore?

«Ho letto l'intervista del Giornale a Filippo Simeoni: l'ho apprezzata molto. Ha detto cose giustissime. Quello era un ciclismo molto particolare, però Lance era una forza della natura, avrebbe vinto sempre e comunque».

Meglio lui o Pantani?

«Marco era il genio assoluto. Il talento. Nessuno come lui. Nessuno».

Sa che Marco non ha mai amato Armstrong, del quale ha sempre dubitato: pensava non solo che potesse ricorrere a cure esclusive, ma fosse anche protetto...

«Lo so».