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"Figlio di...". Il calcio si fermi come coi razzisti

Veder piangere un giocatore per questo diventi una bandiera del cambiamento

"Figlio di...". Il calcio si fermi come coi razzisti

Finalmente qualcuno l'ha detto: «Ma cosa c'entra mia madre?». Parole e opera di Riccardo Meggiorini, centravanti di belle speranze nel tempo che fu, oggi 36enne ex di Inter, Bari, Torino e Chievo, attualmente al servizio del Vicenza. La storia è ruvida, come capita sui prati del calcio quando i giocatori vanno in debito di ossigeno mentale ma non solo. Fine partita di Lecce-Vicenza, vinta dai pugliesi. Partono battibecchi, Majer giocatore di casa si avvicina a Meggiorini, gli parla di sua madre nei modi offensivi tipici. E l'altro risponde come dovrebbe essere chiaro a chiunque: «Cosa c'entra mia madre? Porta rispetto». Prima di mettersi a piangere.

Anche in un tempo più lontano, 2017, Meggiorini si è sentito intonare lo stesso aberrante insulto da uno stadio intero: si giocava Juve-Chievo, in quello che chiamavano Stadium. La madre di Meggiorini era morta poco tempo prima. Talvolta ci vorrebbe un arbitro a dire stop! Stavolta il caso si è risolto con le scuse di Majer, a testa finalmente ossigenata. L'insulto figlio di puttana va di moda nel mondo sconsiderato del pallone. Troppo di moda. Lo urla uno stadio intero a giocatori, allenatori, arbitri per i quali c'è sempre l'alternativa dell'essere cornuto. In fin dei conti meglio prendersi del cornuto. E qui non stiamo a menarla con la solita storia dell'Italia dei mammoni. Qualunque madre in qualunque mondo ha diritto al rispetto. Solo che il mondo del calcio se ne dimentica più di altri. Sappiamo bene che, in corto circuito, il cervello può perdere il lume. Però il problema non riguarda solo chi sta vivendo grandi tensioni. Ci sono giocatori passati di stadio in stadio ascoltando l'eterno insulto alla madre. Recentemente, a Milano, Mourinho ha ascoltato lo stesso incantevole ritornello. Uno contro decine di migliaia: troppo facile. La legge del branco vince sempre. E mai che un dirigente di club, di Lega e federazione abbiano levato un dito. Che, poi, perché tirar in mezzo le puttane? Svolgono un lavoro a pagamento, esattamente come tanti: calciatori inclusi. Solo che i giocatori quando cambiano squadra, per evidente avidità pecuniaria, dicono di aver fatto una scelta di vita. E magari si seccano se arriva qualcuno, leggi Arrivabene, a dir loro che i soldi bisogna dimostrare di meritarli. Spesso la resa è inferiore alle attese.

Veder piangere un giocatore, che non sopporta l'insulto alla madre, è una bandiera che andrebbe sventolata davanti a tutti.

E il mondo del pallone, che sa andare in crociata contro il razzismo da stadio, dovrebbe ricordarsi di chiedere giustizia anche per mamme così stupidamente insultate. C'è razzismo e razzismo. E qui non stiamo parlando di pari opportunità.

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