Ibra non basta, c'è la sindrome da "secondi di Milano"

Il distacco dai cugini fa crescere il pessimismo tra i tifosi. Nel mirino mentalità e scelte della società

Ibra non basta, c'è la sindrome da "secondi di Milano"

Un gigante circondato da lillipuziani. Questo è il Milan uscito dal derby con le ossa rotte (quarta sfida milanese persa di fila: non accadeva dall'83, prima dell'avvento di Berlusconi), la credibilità del nuovo corso ridotta ulteriormente e il futuro avvolto in una nebulosa. Il gigante, naturalmente, è lui, Zlatan Ibrahimovic, autore a 38 anni e dopo una settimana tormentata, di un gol, un assist e un palo che sono tanta roba per il calcio italiano, non solo per il Milan di questi tempi. E se si riflette sul fatto che il via libera di Gazidis ed Elliott all'arrivo dello svedese prese il via dopo la durissima sconfitta di Bergamo (5 pappine dall'Atalanta), si capiscono tante cose e s'indovinano le prossime mosse del club, ostinatamente schierato lungo il crinale dei giovani a basso costo, tipo Saelemaekers, belga scelto da Moncada per rimpolpare una rosa sfoltita durante il mercato di gennaio. Pioli, per la prima volta, è stato duro con il suo gruppo, sempre difeso anche nelle ore più complicate. «Nella ripresa abbiamo tradito troppe disattenzioni: attenzione e lucidità sono cruciali in certe sfide» la sua analisi che combacia quasi perfettamente con quelle del gigante che ha scatenato, per il bacio lanciato alla curva nord, uno tsunami di veleni sul web restituendo agli interisti un giudizio che è come una frustata sulla pelle viva. «Non credo siano da scudetto» ha risposto a domanda diretta sull'argomento.

Sul conto del Milan, invece, ha sollevato un lenzuolo scoprendo una realtà che molti di noi conoscevano. «Primo tempo perfetto, poi preso il primo gol, abbiamo perso la fiducia» in sintesi la sua analisi a dispetto delle raccomandazioni durante l'intervallo. «Stiamo attenti ai primi 15 minuti ci siamo detti» il dettaglio operativo passato a un Milan che è troppo arrendevole quando il rivale lo prende alla gola. È accaduto cento volte anche prima di Ibra, si è ripetuto con Ibra che ha retto fino alla fine (palo sul 2 a 3 a pochi rintocchi dal gong) mostrando una condizione eccellente per l'età e in particolare per il piccolo acciacco patito nella settimana.

Ha segnalato Ariedo Braida: «Se non ci fosse Ibra, sarebbero guai». Ha ricordato Zaccheroni: «Ho rivisto il derby perso quando ero sulla panchina interista 3 a 2». Non sono voci isolate di uno stato d'animo che se non ha rallentato la corsa al botteghino (per Milan-Juve di coppa Italia si viaggia sui 70 mila spettatori) ha dato corpo a un pessimismo cosmico con interrogativi rivolti alla proprietà e a chi guida il club. Come intendono colmare la distanza siderale dall'Inter? I più scettici immaginano una prospettiva col Milan trasformato «nella seconda squadra di Milano». È proprio questo il risultato più avvilente del derby partito tra espressioni del tipo «non ci posso credere» e chiuso con «è la solita storia». Per la serie non ci facciamo mancare niente, infine, da registrare le polemiche indirizzate a Sky per i commenti di Adani. Andrea Vianello, giornalista Rai, milanista della prima ora, su Twitter ha scelto un registro ironico. «Acquistiamo anche noi un calciatore uruguaiano così anche Adani qualche volta parlerà bene del Milan».