La sincerità, il vuoto più grande di Niki

Lauda avrebbe "zittito" i brogli della Ferrari e dettato la linea sul budget cup

«La cosa più importante per capire come va una macchina è il culo». Quanto ci manca la sincerità di Niki Lauda in un momento dove ogni suo suggerimento sarebbe un tesoro per chi deve programmare la ripartenza della Formula 1. Non sono tanti i piloti che sono riusciti ad andare oltre alla loro immagine sportiva, ad avere successo anche quando sono scesi dalle loro auto. Niki diceva sempre «Avrei preferito di gran lunga correre in Formula1 adesso che ai miei tempi: mi sarei tenuto le orecchie e avrei guadagnato molto di più!». Ma Lauda senza il rogo del Nürburgring sarebbe diventato Lauda? È un po' la domanda che ogni tanto ci facciamo su Alex Zanardi: senza l'incidente del Lausitzring, Alex sarebbe diventato quello che è diventato? Sarebbe emersa tutta la sua umanità? Il mondo avrebbe conosciuto il suo cuore da gigante? Forse è anche per questo che Alex spesso dice che non scambierebbe le sue gambe con quello che ha avuto dopo. Sono pensieri che vanno d'accordo con un'altra frase famosa di Niki: «Preferisco avere il mio piede destro che un bel viso».

Senza il Nürburgring, Lauda avrebbe vinto un mondiale in più (quello del 1976) e a Hollywood, Ron Howard avrebbe girato un film in meno. Il pilota Lauda avrebbe vinto e guadagnato di più, ma ci sarebbe stato lo stesso spazio per l'uomo Lauda, per l'altra faccia del campione, quella che lo ha reso più umano e quindi ancora più grande? Il ritorno in pista quaranta giorni dopo che le fiamme gli avevano cambiato il volto e il fumo gli aveva riempito i polmoni, con il sangue che colava ogni volta che indossava il casco integrale a Monza e poi il coraggio di avere paura sotto il diluvio del Fuji, sono episodi che hanno contribuito a portare Niki lassù dove pochi campionissimi sono arrivati ad abitare.

Senza diventare eroe in pista, Niki avrebbe avuto il coraggio di diventare quello che è diventato, un uomo con una parola sola, un uomo che diceva solo quello che pensava, un uomo che preferiva la verità a una scelta di convenienza? Questa probabilmente è l'unica domanda a cui possiamo dare una risposta certa perché Niki era così anche prima di diventare un campione. Se la Ferrari voleva ingaggiarlo lui non faceva sconti e spediva il giovane Montezemolo a comprare una copia del Financial Times per capire quanto valeva lo scellino austriaco. Se la Ferrari che aveva appena provato era una m non raccontava una favola al Grande Vecchio, diceva proprio così, mettendo in imbarazzo Piero che doveva tradurlo al padre.

Lauda sarebbe stato sincero anche senza la corazza dell'eroe forgiata dalle fiamme. Ed è quello il Lauda che è mancato in questo anno in cui la sua sincerità sarebbe servita a zittire le chiacchiere sui presunti brogli motoristici della Ferrari, a indicare la direzione da seguire sul budget cap e sul futuro, magari anche a consigliare Hamilton sulla strada da percorrere. Se Lewis è diventato il miglior pilota della sua epoca lo deve al suo talento, ma anche a Niki che prima lo ha convinto ad accettare la sfida Mercedes e poi lo ha ispirato, plasmandolo anche con durezza se era necessario come quando lo convocò a casa sua a Ibiza dopo il botto di Barcellona 2016 con Rosberg. Un anno senza Niki è stato un anno più vuoto. Ancora prima che il Virus provasse a svuotarcelo del tutto.

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