Gentile Direttore Feltri, ho letto della diciassettenne travolta in mare a Chia da un’imbarcazione utilizzata per uno sbarco irregolare e sono rimasto esterrefatto. Siamo arrivati al punto che persino mentre facciamo il bagno dobbiamo temere di essere investiti da un barchino lanciato verso la costa? Possibile che sia diventato normale anche questo?
Giorgio Milano
Caro Giorgio, no, non è normale. E soprattutto non dobbiamo commettere l’errore di abituarci all’anormale, perché è precisamente così che una società smette progressivamente di difendersi: prima si scandalizza, poi si indigna sempre meno, infine considera inevitabile ciò che fino a qualche anno prima avrebbe giudicato intollerabile. La vicenda avvenuta nelle acque di Su Giudeu, a Chia, ha qualcosa di surreale. Una ragazza di appena diciassette anni si trova in mare, durante una normalissima giornata d’agosto. Non sta compiendo un’attività pericolosa, non sta cercando guai, non sta facendo altro che ciò che milioni di italiani fanno durante le vacanze: godersi il mare. All’improvviso arriva un’imbarcazione con a bordo un gruppo di migranti, lanciata a grande velocità verso la costa. La colpisce. La ragazza perde conoscenza, rischia di annegare, viene soccorsa e trasportata in ospedale. La prognosi, mentre scrivo, rimane riservata. Il conducente del mezzo, indicato dagli investigatori come un algerino di 28 anni, è stato arrestato. La Procura ha acquisito filmati nei quali, secondo quanto riportato dalla stampa locale, si vede l’imbarcazione procedere a grande velocità in un tratto di mare pieno di persone. Dopo l’investimento il viaggio sarebbe proseguito verso Tuerredda, dove gli occupanti hanno tentato di disperdersi nell’entroterra. Ecco il punto che mi sconvolge: in quel tratto di mare poteva esserci chiunque. Poteva esserci un bambino di sei anni con i braccioli. Poteva esserci una madre con il figlio. Poteva esserci un anziano. Potevano esserci dieci persone anziché una. E allora oggi non commenteremmo il grave ferimento di una diciassettenne, ma forse una strage. Una barca a motore lanciata in mezzo ai bagnanti non diventa meno pericolosa in ragione dello scopo per cui sta raggiungendo la costa. Un’elica non domanda il passaporto prima di dilaniare un corpo. Esistono regole di navigazione, zone destinate alla balneazione, controlli e confini precisamente perché il mare non diventi una giungla nella quale ciascuno fa quello che vuole. L’imperativo sembra essere arrivare. Arrivare comunque. Raggiungere terra. E tutto ciò che si frappone tra il punto di partenza e quello di arrivo rischia di diventare un ostacolo secondario: una legge, un controllo, una boa, persino una persona che sta nuotando. Io rifiuto questa logica mostruosa. Uno Stato di diritto non può tollerarla.
