Gentilissimo Feltri, leggo con sconcerto che il dipendente della Rai Ranucci rifiuta gli incarichi che gli vengono offerti, e organizza la rivolta contro le decisioni della dirigenza su chi e come debba organizzare un programma, mentre un nugolo di dipendenti si organizza per stabilire chi e come debba organizzare lo stesso programma. La Rai è un’azienda, con tanto di Direttore e Consiglio di Amministrazione, di proprietà dello Stato e non dei partiti di sinistra. Non si è mai visto in tutto il mondo che i dipendenti decidano con tracotante prepotenza cosa debbano fare, gerarchie interne e programmi. Non sono gli operai della Fiat a decidere se e come fare la Topolino o l’auto-cannone. Non riesco a immaginare come una ditta di proprietà dello Stato non licenzi in tronco uno che ha calunniato un sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, tralasciando tutto il resto...
Ettore Bartoli
Gentile Ettore, lei mi domanda se sia rimasta una speranza per l’Italia. Certamente. Il problema è che, a giudicare da quello che accade in Rai, sembra si sia messa in malattia. La questione, in fondo, è ridicolmente semplice: la Rai è un’azienda. Non un soviet, non un’assemblea studentesca e nemmeno un condominio nel quale l’inquilino che urla più forte finisce per fare l’amministratore.
Esistono dirigenti, esistono dipendenti e, soprattutto, esistono responsabilità. Se ogni dipendente decide quali incarichi accettare, quali ordini contestare e come debba essere confezionato un programma, possiamo abolire i vertici e risparmiare almeno la carta intestata. Il paradosso italiano è proprio questo: abbiamo trasformato l’insubordinazione in una virtù civile e l’obbedienza alle regole in una forma di lesa maestà. Chi dissente viene celebrato come eroe, chi dirige e pretende di decidere viene trattato come un usurpatore. È una curiosa idea di democrazia: tutti comandano, purché nessuno sia responsabile di nulla. Quanto alle accuse, alle insinuazioni e alle vicende che lei richiama, saranno eventualmente le sedi competenti a stabilire torti e ragioni. Ma il principio dovrebbe essere banale: più grande è il megafono che hai in mano, maggiore dovrebbe essere la prudenza con cui lo usi. La tv pubblica non è il bar sotto casa, dove una sciocchezza detta al tavolino muore insieme al caffè. La speranza per l’Italia, dunque, c’è ancora. Ma occorrerebbe ricominciare da una parola ormai sovversiva: disciplina. Non quella militare, naturalmente. Quella, molto più democratica, che consiste nel rispettare ruoli, regole e responsabilità. Il resto è solo confusione con il microfono acceso.
