Pensare che è soltanto un ragazzino con un sogno stretto tra le dita: diventare professore di educazione fisica. In fondo è proprio per questo che sta studiando. Che ci fai allora, a 17 anni soltanto, rinchiuso nello studio di un luminare di oncologia che esamina un mucchietto di fogli sulla scrivania ed ha la faccia tirata? Mica dovrebbe stare qui, un diciassettenne. Eppure ci sta, il giovanissimo Terry Fox, canadese afflitto da una sfortuna cieca. Fuori è un giorno qualunque del 1977 e tutto sembra normale. Dentro, però, la diagnosi è impietosa: ostesarcoma. Tumore alle ossa, anche se Terry sul momento fatica a capire. Gli ha colpito il ginocchio destro. Verdetto dei medici: bisogna amputare per fermarlo e poi sotto con pesanti cicli di chemio. Terry pensa di svenire, ma non è ancora tutto: fino a qualche anno fa, gli dicono, sopravviveva soltanto il 15% dei malati. Oggi, con le nuove tecnologie mediche, si potrebbe arrivare al 50.
Ecco, si impianta qui, da questa moneta che oscilla potendo cadere su un lato o sull’altro, la speranza di una ripartenza per un ragazzo troppo giovane per arrendersi. La gamba viene amputata, gli installano una protesi e lui inizia a prenderci forzata confidenza. Tre anni più tardi - nel 1980 - le metastasi avanzano fino ai polmoni. Ma Fox ha programmi che non possono essere deviati. Il 12 del mese di aprile si trova sulla spiaggia di San Giovanni di Terranova, intento ad immergere la sua protesi metallica nelle gelide acque dell’Atlantico. Come un pellegrino che si bagna in un fiume sacro prima del cammino.
Perché Terry ha deciso di attraversare l’intero Canada di corsa, una maratona al giorno da 42 chilometri, fino all’oceano opposto. Il che appare infattibile non soltanto per l’evidente menomazione patita, ma anche perché non parliamo di un atleta professionista. Eppure in quel margine, in quello scarto tra la morte quasi certa e la vita appena possibile, nasce la sua ossessione: non guarire per sé, ma correre per gli altri, perché quella percentuale continui a crescere. Raccogliendo fondi per la ricerca.
Si allena per quattordici mesi, Terry, imparando a convivere con un arto artificiale che gli lacera la pelle ad ogni falcata. Trova sponsor come si cercano alleati per una battaglia improba: la Ford dona un camper, la Imperial Oil la benzina, Adidas le scarpe. Battezza l’impresa “Marathon of Hope”, la Maratona della Speranza, un nome che oggi suonerebbe quasi retorico se non fosse che a pronunciarlo era un ragazzo che sapeva, meglio di chiunque altro, quanto la speranza fosse merce preziosa.
Così Fox inizia a fendere il ventre del Canada spinto da due sole forze: quella delle sue gambe e della sua volontà. Corre tra le Province marittime e l’Ontario, mentre il paese, giorno dopo giorno, inizia ad accorgersi di lui. Le folle si accalcano ai bordi delle strade, le donazioni si moltiplicano, il ragazzo con la protesi diventa un simbolo prima ancora di rendersene conto.
Ma il primo settembre 1980, a Thunder Bay, nemmeno a metà del percorso, il corpo si ribella definitivamente: il cancro, che pareva sconfitto, sta assediando i polmoni. Fox è costretto a fermarsi, dopo 143 giorni e 5.373 chilometri. Muore il 28 giugno dell’anno successivo, a ventidue anni, senza aver mai finito la maratona. Eppure quel giorno il governo canadese ordina che le bandiere sventolino a mezz’asta in tutto il paese, un onore fino ad allora riservato ai soli statisti. È la prova definitiva che esistono sconfitte capaci di generare più eredità di qualsiasi vittoria: la sua Marathon of Hope, da sola, raccoglie 1,7 milioni di dollari; la raccolta fondi che ne segue, in suo nome, ne totalizza oltre dieci. E ogni anno, da quarantasei anni, in centinaia di città del mondo, migliaia di persone corrono ancora la Terry Fox Run, ripercorrendo simbolicamente quei chilometri che lui non riuscì a completare.
Nel 1999 un sondaggio nazionale lo proclama il più grande eroe della storia canadese, davanti a esploratori, primi ministri, campioni olimpici. Terry Fox non ha mai finito di attraversare il Canada, ma ha comunque fatto qualcosa di infinitamente più difficile. Ha insegnato ad un intero paese, e a chiunque ne ascolti ancora la storia, che contro il destino si può lottare fino all’ultimo metro.
