Le strade degli invisibili

Sono vie che non esistono, inventate dall'anagrafe Servono per dare ai senza tetto un domicilio fittizio. Per aiutarli a ricominciare

Hanno nomi poetici, che in qualche modo cercano di dare un po' di speranza a chi da tempo vive tra le spigolosità. Si chiamano via dell'Accoglienza, via dell'Amicizia, via delle Stelle, via dei Sogni o dell'Arcobaleno. Sono le strade fittizie, quelle che mai verranno indicate su nessuna mappa della città ma che regalano un indirizzo, seppur inventato, a chi non ha fissa dimora. Cioè a tutti quei clochard che di volta in volta chiamano casa il metro quadrato in cui trovano rifugio, l'angolino di cartoni sotto i portici del centro e, quando va bene, la brandina del dormitorio comunale.

I dipendenti dell'anagrafe di solito traggono ispirazione dal mondo dello spazio per battezzare le strade invisibili. Oppure dalla letteratura mitologica, sperando che nomi come via Ulisse o via degli Argonauti siano di buon auspicio per il viaggio senza meta degli homeless.

Ma cosa se ne fanno i senza tetto di un indirizzo di fantasia quando hanno bisogno di coperte, cibo e beni di prima necessità? Se ne fanno, eccome. Per loro è il primo passo per «tornare al mondo», per uscire dall'ombra del marciapiede. Senza un recapito postale non avrebbero mai più la possibilità di ricominciare. Nome, cognome e residenza sono la base per accedere a tutto: documento d'identità, tessera sanitaria e assistenza medica, assegnazione di una casa popolare, fine pena, permesso di soggiorno, sussidi. E reddito di cittadinanza. Altrimenti diventa impossibile trovare un lavoro, ricevere dei soldi e spesso riallacciare rapporti con le famiglie lontane.

Il guaio è che solo 200 comuni su 8mila hanno la via destinata ai senza dimora. Altri fissano la residenza fittizia presso associazioni già esistenti, dove è più semplice ricevere la posta. Altri ancora non concedono nulla o pongono mille paletti.

IL DIRITTO A UN INDIRIZZO

Eppure avere un indirizzo è un diritto di chiunque, anche di chi non se ne può permettere uno vero. A dirla tutta, la legge in tal proposito non è freschissima e risale al 1954. È stata ripresa dalla circolare Istat del 1992 secondo cui «ogni ufficio anagrafe deve registrare la persona senza tetto nel registro della popolazione residente istituendo una via fittizia».

A fare il punto sulle vie fittizie e a disegnare la mappa «virtuale» delle strade è la Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora che mette bene in chiaro: «Ogni limitazione nell'accesso a tale diritto è da ritenersi illegittima». E snocciola una serie di infrazioni della legge che vanno dal mancato rispetto del dovere alla solidarietà (politica, economica e sociale) alla violazione del diritto al lavoro, al voto, all'assistenza e alla previdenza sociale. «Quella per la residenza fittizia è una sfida aperta - spiega Caterina Cortese, responsabile dell'osservatorio della federazione Fio.psd - per concederla, molte anagrafi pongono ancora dei limiti, per esempio la presenza da almeno 5 anni sul territorio. Per di più abbiamo notato che il decreto Sicurezza non ha fatto altro che peggiorare le cose, creando ancora più emarginazione. Va bene la sicurezza della città, va bene il decoro urbano, ma non è spostando un senza tetto da un posto all'altro che lo si elimina. Anzi, si rende il problema della marginalità ancora più forte».

Sulla stessa linea anche la Caritas, che sta lavorando da trent'anni per dare un domicilio agli homeless, almeno sulla carta. «Oggi le città metropolitane, cioè quelle in cui il problema dei senza tetto è più forte, hanno risolto, dando una residenza fittizia presso le sedi dei municipi o delle associazioni, come avviene a Milano - spiega Alessandro Pezzoni, responsabile dell'area Grave emarginazione di Caritas - Tuttavia il decreto sicurezza ha portato il strada più persone rispetto a prima ed è anche diventato difficile capire quante». Gli irregolari e gli stranieri con i permessi di soggiorno cancellati sono «spariti» dalle anagrafi, sono tra stazioni e marciapiedi e lì resteranno finché non potranno avere un'identità. Come fossero un effetto collaterale di una legge che non li calcola.

IL MIRAGGIO DEI SUSSIDI

Prendiamo il caso del reddito di cittadinanza. I poveri in assoluto (oltre 50mila in base agli ultimi dati Istat) sono tagliati fuori e non possono mettersi in fila assieme agli 1,5 milioni di persone che ne hanno fatto richiesta. Luigi Di Maio nella sua misura «contro la povertà e l'esclusione sociale» si è dimenticato dei più esclusi di tutti.

Il problema è sempre la residenza. Per presentare domanda bisogna indicarne una. Per questo la federazione Fio.psd ha presentato in audizione, sia in Senato sia alla Camera, un rapporto molto dettagliato per segnalare che «alcuni punti del decreto sul reddito di cittadinanza meritano un chiarimento» e ha avviato una raccolta firme perché anche gli homeless possano accedere all'assegno.

«La residenza richiesta secondo il decreto - spiegano all'associazione presieduta da Cristina Avonto - deve essere posseduta da almeno 10 anni e consecutivamente negli ultimi due. Nella pratica invece capita che le persone senza dimora abbiano periodi di residenza intermittenti o che l'abbiano persa da diverso tempo. Sebbene l'elenco delle vie fittizie sia in aumento, non si può ignorare che si tratti di una misura non sufficiente per porre rimedio alla questione nell'immediato».

Per cercare di tamponare l'emergenza degli ultimi, l'Inps (assieme a Caritas e Anci) ha lanciato un progetto. Si chiama Inps per tutti. A presentarlo è stato il premier Giuseppe Conte che ha annunciato la volontà di raggiungere tutti quelli che hanno diritto al reddito di cittadinanza: «Non è la povertà a bussare alle porte del governo ma sono le istituzioni a intercettare sul campo la povertà». Nei fatti i funzionari Inps hanno lasciato lo sportello e sono saliti sui camper andando a cercare i senza tetto italiani. Stanno tuttora girando per le strade, nelle mense dei poveri, nelle stazioni ferroviarie, nei dormitori. E aiuteranno gli emarginati a compilare dei moduli e verificare se hanno diritto al reddito oppure no, o se spetta loro l'assegno familiare dei comuni, il bonus bebè, l'assegno di maternità, l'assegno sociale, la disoccupazione o l'invalidità civile.

LA FOTOGRAFIA

Solo il 3 per cento delle persone senza casa riceve sussidi dal Comune o dagli enti pubblici. È quanto emerge dall'indagine Istat sulle persone che vivono per strada. Si tratta di 50.700 persone ma ovviamente è solo una stima perché si tratta di un sottobosco in crescita e variabile. Il popolo di chi si arrangia con espedienti e rimbalza tra dormitori, mense ed enti caritatevoli è composto principalmente da uomini (85,7%): quattro su dieci italiani sono in strada da oltre quattro anni.

Età media: 44 anni. Le donne rappresentano «solo» il 14% dei senza tetto ma seguono dei percorsi di vita particolari. Spesso si ritrovano senza niente a causa della rottura delle relazioni familiari e, pur avendo figli, restano da sole, ad arrangiarsi come possono.

Il 62% degli homeless ha un lavoro, nella maggior parte dei casi irregolare e saltuario, e guadagna tra i 100 e i 500 euro al mese. Il 30% se la cava con espedienti, collette e l'aiuto delle associazioni di volontariato. Il 17% non ha alcuna fonte di reddito. C'è poi una percentuale di clochard che oltre alle difficoltà economiche ha problemi legati a disabilità fisiche o mentali, dipendenze da sostanze o da alcol.

Ognuno ha la sua storia che l'ha portato alla disperazione più solitaria e inascoltata. Ma parecchi casi hanno un denominatore comune: la perdita della casa (anche quando era di proprietà) o lo sfratto. Da li un susseguirsi di debiti e guai che hanno portato all'emarginazione vera, quella che nemmeno permette di inserire il loro nome nelle graduatorie per una casa popolare e costringe a fare i salti mortali per mettere insieme in pranzo con la cena.

Contro la povertà assoluta, a parte il mondo delle onlus e del volontariato, si è mosso anche il governo che ha rimpinguato il fondo povertà con 100 milioni di euro da spendere entro il 2023. Le risorse vengono assegnate per metà alle sette città metropolitane e per metà alle Regioni, che possono a loro volta integrare le risorse, presentare progetti o delegare agli ambiti con una presenza significativa di persone senza casa.

Il fondo povertà, diversamente da tutti i precedenti fondi di natura sociale, è permanente e stanzia per i servizi circa 300 milioni nel 2018 che salgono a 470 milioni nel 2020 e per gli anni successivi. Con le risorse comunitarie per le politiche di sostegno alle persone più deboli, i territori possono contare su un tesoretto di 700 milioni l'anno, una cifra che - si spera - possa rafforzare e ripensare i servizi. In questo modo si possono studiare interventi (di sostegno alla genitorialità, di mediazione culturale o di pronto intervento sociale) ben prima che le persone si trovino a dover dormire per strada e a girare con sacco a pelo e quattro cose nello zaino.

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