«Come sul clima, vince la squadra»

nostro inviato a Bruxelles

«Finalmente un bel gioco di squadra!». Non fa mistero Andrea Moltrasio, industriale chimico, vicepresidente di Confindustria con delega per l'Europa, di essere soddisfatto del risultato raggiunto dall'Italia nella difficile partita sul pacchetto energia-ambiente. «Certo - puntualizza - il risultato è il frutto di un compromesso in cui qualcosa bisogna pur cedere, ma rispetto al punto di partenza...».
Non mi dica che si aspettava di più.
«No. Abbiamo raggiunto il punto di equilibrio che ci eravamo prefissi, soprattutto - ed era lo snodo più delicato - per i settori a rischio delocalizzazione. L'esenzione al 100% dalle quote di emissione fino al 2020 è un buon risultato. E anche per settori meno esposti, l'80% fino al 2013 per arrivare a quota zero nel 2027 ci permette di respirare. Diciamo che al 90% l'industria italiana può beneficiare di un trattamento che permette di guardare senza angoscia al tema della riduzione dei gas serra. Merito del governo, nel suo insieme, certo. Ma anche di Confindustria e della presidente Marcegaglia che ha assunto la leadership di tutte le aziende europee».
Un successo che però gli ambientalisti contestano già.
«Sono tesi che possono trovare spazio a livello mediatico ma che si scontrano con la realtà. L'ammodernamento e dunque lo stop all'emissione dei gas serra, arriva grazie alla tecnologia, alla ricerca e dunque all'industria. Non certo per decisioni politiche. Il bello è che ogni volta che ho avuto occasione di discutere con gli ecologisti, anche duri e puri, mi hanno dato ragione».
Ma è vero che parte delle nostre difficoltà derivava dal fatto che a Kyoto avevamo già innovato e dunque l'ormai famoso 20-20-20 per noi diveniva difficile e costoso?
«Sì, in parte è vero se pensiamo che all'epoca la Germania aveva l'ex Ddr arretrata come gli altri paesi dell'ex-blocco sovietico. Ma è anche vero che noi abbiamo rinunciato al nucleare, il che ci ha penalizzato. Mentre è falso che l'industria italiana abbia fatto finta di niente: dal '94 al 2005 abbiamo ridotto le emissioni, come testimonia una ricerca che presenteremo a breve. Anche perché abbiamo fatto di necessità virtù, dati i costi energetici».
Temete il dumping energetico che Cina, India ed altri potrebbero perseguire?
«Il rischio c'è. Non penso tanto agli Stati Uniti che paiono intenzionati a seguire la strada europea, ma alla Cina. Non solo perché a Pechino non paiono avere nel Dna la capacità di sedersi ad un tavolo per trovare un accordo, ma perché, ad esempio, proprio in Cina tra il 2006 ed il 2007 hanno costruito centrali a carbone che producono Co2 pari a quello emesso da tutta l'Europa a 27».
Comunque c'è ora il paletto messo da Berlusconi per vedere come si comporterà il resto del mondo nella conferenza sull'ambiente del 2009 a Copenhagen...
«Ed è importante. Come lo è stato il fatto che la crisi e questa trattativa abbiano fatto riscoprire il settore manifatturiero. Trasformazione e innovazione sono gli snodi fondamentali di una economia sana».
Molti sostengono che gli industriali, tesi a difendere i loro interessi, non si rendono conto del business che l'ecologia comporta in prospettiva. È d'accordo?
«Sì, ma attenti a non far confusione.

Lo sviluppo delle tecniche ha tempi medio-lunghi: 10-15 anni. Non si può pensare, come mi pare faccia Obama, che questa crisi si possa vincere con lo sviluppo delle tecnologie per l'ambiente. Per combatterla ci vuole altro: defiscalizzazione, investimenti, costo del lavoro».

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