Quando il 7 dicembre del 1954 Luchino Visconti esordì al Teatro alla Scala come regista de «La Vestale» di Gaspare Spontini, già da alcuni anni aveva iniziato a rivoluzionare il cinema moderno con capolavori del neorealismo quali Ossessione e La terra trema e andava aprendo i suoi orizzonti artistici verso il dramma storico con Senso. Ma stava anche rinnovando il teatro di prosa, facendo conoscere al pubblico italiano testi sconosciuti, desueti o controversi di autori come Cocteau, Sartre, Williams, Miller, Cechov.
Anche nell’opera lirica il regista lasciò un segno profondissimo, in particolare con i lavori per il Teatro alla Scala in cui, assieme al soprano Maria Callas, seppe presentare spettacoli tanto innovativi nell’attenzione alla musica, nella rilettura letteraria del libretto, nella cura della recitazione e in una nuova visione scenografica, che si parlò allora di «arte totale».
Per celebrare il cinquantesimo anniversario della sua morte, il Teatro alla Scala dedica al regista la mostra «Grazie a Luchino Visconti», visitabile fino al 31 marzo presso il Museo Teatrale alla Scala. Curata da Giovanni Agosti ed allestita da Margherita Palli l’esposizione è suddivisa in diverse sezioni e presenta i lavori di Visconti realizzati alla Scala, come le famosissime cinque opere in cui diresse la Callas e cioè «La Vestale», «La sonnambula», «La traviata», «Anna Bolena» e «Ifigenia in Tauride» ma anche «Mario e il Mago», «Il trovatore» ed «Egmont», oltre ai progetti rimasti incompiuti come il «Ring» wagneriano.
Una parte è dedicata poi alla famiglia Visconti di Modrone e all’inscindibile rapporto che da anni la legava con la storia della Scala. «Se per tanti artisti la Scala era una meta e un punto di arrivo, per Visconti fu più un ritorno a casa» - dice Cristina Gastel, nipote di Luchino, che seguì da vicino negli anni ’50 i lavori scaligeri del celebre zio, realizzando diversi scritti sulla sua arte ed una mostra sulla Callas proprio alla Scala. «Da generazioni infatti i Visconti si occupavano del Teatro alla Scala - continua Gastel - e lavorare qui per Luchino era la gioia di una consuetudine, una sorta di rientro in famiglia, pieno di ricordi, memorie ed emozioni, perché fin da piccolo veniva portato a seguire le rappresentazioni nel palco dei genitori».
Le novità con cui Visconti affrontava il teatro d’opera richiamarono all’epoca un pubblico assolutamente nuovo di spettatori ma anche esponenti della critica, non più solo del settore, a cui si unirono poeti, scrittori, architetti, pittori. «La cosa che più mi stupiva quando lo vedevo durante le prove alla Scala - ricorda Cristina Gastel - era l’immediatezza con cui risolveva una soluzione scenica, guidato da un istinto che nasceva però dalla sua profonda cultura oppure come introduceva incredibili novità espressive trasformando i cantanti quasi in attori cinematografici per l’altissima poesia e verità con cui interpretavano sulla scena le emozioni, come se le stessero vivendo realmente, cosa che non avveniva nella tradizione del melodramma».
Visconti ebbe un’educazione familiare molto rigida che a fatica sopportò: «Passò un’adolescenza tumultuosa - aggiunge Gastel - con fughe dai collegi, punizioni, un grande amore contrastato da suo padre, finché proprio il padre, Giuseppe Visconti di Modrone, lo affiancò a sé negli spettacoli teatrali di beneficenza che realizzava nel piccolo teatro di casa a Palazzo Visconti o su altri palcoscenici milanesi, prima come arredatore o costumista o scenografo poi come una sorta di aiuto regista e fu allora che Luchino trovò finalmente la propria via, gli equilibri magici della vita e dell’arte per le quali diceva sempre che bisognava bruciare di passione».
