Dovendo inserire «Non ti pago» (1940) tra i Giorni pari e i Giorni dispari, Eduardo decise per i Giorni pari perché, pur considerandola una commedia drammatica, a suo avviso, era troppo infarcita di elementi farseschi, con indirizzo umoristico. La farsa è un genere difficilissimo, se non la si sa recitare, si cade nella superficialità. Quando «Non ti pago», in scena al Teatro Strehler da domani al 18 Ottobre, fu recitata, per la prima volta, i due personaggi principali, Don Ferdinando Quagliuolo e Procopio Bertolini, erano recitati da Eduardo e Peppino, con loro la comicità aveva il senso della misura, eppure il pubblico non finiva mai di ridere. I due grandi attori sapevano far convivere l’umorismo con la farsa, in un gioco delle parti irresistibile.
La commedia è costruita su una vincita al lotto, da parte di Bertolini, con i numeri avuti in sogno dal papà di Don Ferdinando il quale sostiene che quei numeri gli appartengono. La farsa scatta nel momento in cui Don Ferdinando lancia la maledizione a Bertolini dicendogli: «Devi passare quattro milioni di guai» e i guai saranno tanti, anzi diventeranno il motore comico del secondo atto nel quale Eduardo accorpa tutti i tempi della comicità, arricchendo lo spunto iniziale di paradossi, lazzi, contrasti che, però, condurranno a un lieto fine, allorché Bertolini, dopo aver restituito il biglietto a don Ferdinando, lo ha in dono da costui come regalo di nozze alla figlia Stella.
Eduardo ha una maniera nuova di accostarsi alla vita, più attenta ai particolari umani attraverso una ricerca scrupolosa di quei sentimenti che si agitano dentro di noi. La logica eduardiana aspirava alla ricerca della solidarietà, quella che si andava perdendo in una Italia che stava preparandosi alla seconda guerra mondiale. La solidarietà subiva continui tradimenti per colpa delle maschere sociali che se, per Pirandello, erano maschere nude, per Eduardo erano maschere vive, truccate, ma ben visibili che non andavano smascherate, ma denunciate.
Luca De Filippo riprese la commedia nel 1990, dandone una sua personale interpretazione, smussando quanto più possibile gli aspetti tragici, per dare spazio a situazioni grottesche e alla coralità della commedia, aiutato dalle belle scene di Gianmaurizio Fercioni, scomparso recentemente. Trattandosi dell’ultima regia di Luca, Carolina Rosi, sua moglie, compagna di vita e di palcoscenico da oltre 20 anni, ha deciso di riprenderla, non certo per dare spazio alla memoria, ma per onorare un artista irrequieto tanto che, per alcuni anni, aveva deciso di portare in scena non solo Eduardo, ma anche Cerami, Lina Wertmuller, Pinter. Carolina ha voluto vivere la memoria della perdita, una memoria che non l’abbandona mai. Ha scelto, come compagno di lavoro, Salvo Ficarra un attore che conosce bene i tempi della farsa, soprattutto in compagnia di Picone, anche se, negli ultimi tempi aveva virato verso una comicità più sorniona, a volte, anche drammatica, in particolar modo con i film diretti da Roberto Andò. Qui veste i panni di Ferdinando Quagliuolo, un personaggio serio, ma che è anche il vero motore delle situazioni comiche alle quali egli dà un apporto molto personale, senza tradire lo spirito eduardiano.
