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Teatro

Quando il Friuli rinacque dalle macerie causate dai turchi

Va in scena, con la regia di Serra, il dramma rimasto inedito e divenuto simbolo della rinascita dopo il terremoto devastante

Turcs tal Friùl

Nel maggio 1944, a Casarsa, Pier Paolo Pasolini, poco più che ventiduenne, completa in pochi giorni, un dramma in friulano che giudicherà «forse la miglior cosa» da lui scritta in quella lingua. Lo intitola I Turcs tal Friùl e racconta l’invasione ottomana del 1499, ma è ovvio pensare all’occupazione nazista in atto. Pasolini era rimasto affascinato da una lapide datata 30 settembre 1499 e murata nella Chiesa di Santa Croce, a Casarsa. Ricordava il passaggio delle soldataglie turche.

Al centro del dramma, c’è la frattura tra i fratelli Colùs (Colussi, cognome della madre Susanna), il devoto Pauli, che si chiude in preghiera, e il ribelle Meni, che muore in armi. I Turcs si fermano alle porte di Casarsa. Il paese, miracolosamente, è salvo. La vicenda riflette le scelte dei fratelli Pasolini davanti alla guerra civile. Pier Paolo non si nasconde ma neppure sale in montagna a combattere. Guido, invece, diventa il partigiano Ermes della Brigata Osoppo. Finirà martire, trucidato dai gappisti nell’eccidio di Porzûs, a diciannove anni. Guido è il fantasma dell’opera pasoliniana, termine di paragone ossessivo e nascosto tra le pieghe. Forse Pier Paolo, davanti al coraggio di Guido, si era sentito in difetto. Diceva a se stesso di attraversare una crisi religiosa e di essere più utile alla patria come maestro dei ragazzini della zona. Ma sospettava che fossero tutte scuse: aveva paura di morire, ecco la verità. Guido, invece... Pasolini non pubblicherà né metterà in scena I Turcs. Restano parecchi problemi filologici. Il più importante riguarda la data: 1944 o 1945? La morte di Meni/Guido è una profezia o una profezia ex post? Poco importa, in fondo. Pier Paolo poteva immaginare la morte di Guido. Certamente Pier Paolo aveva rimproverato al fratello minore un pericoloso entusiasmo e una fiducia esagerata in certi valori, che cambiano al mutare della storia.

A dare vita ai Turcs, rimasto nel cassetto, è un’altra devastazione: il 6 maggio 1976 il terremoto uccide quasi mille friulani, quarantacinquemila restano senza casa. Sette mesi prima Pasolini era stato assassinato. Umberto Chiarcossi, legato per matrimonio a una cugina del poeta, consegna il testo a Rodolfo Castiglione (Teatro Club di Udine), che il 13 novembre 1976, due mesi dopo le scosse di settembre, lo mette in scena nella chiesa di San Lorenzo a Venezia. Apre la voce registrata di padre David Maria Turoldo (che in quei mesi firma dalle zone terremotate una rubrica sul Giornale di Montanelli); le musiche sono di Luigi Nono; le foto della distruzione di Italo Zannier, stese a terra all’ingresso, per costringere il pubblico a calpestarle: un atto di rifondazione simbolica di una comunità si riconosce ancora viva nella propria lingua.

Da quella temperie sono nate istituzioni destinate a durare: tra i giovani del circolo Rinascita che vegliarono la salma di Pasolini c’era Piero Colussi, fondatore nel 1978 di Cinemazero a Pordenone, associazione oggi guidata da Riccardo Costantini, fra le realtà culturali più solide del Friuli.

Cinemazero ha dunque curato, con Luca Giuliani e Roberto Calabretto, il progetto per il cinquantenario «1976-2026». Ne fanno parte uno spettacolo teatrale e un brillante catalogo, ricco di fotografie, documenti e interventi illuminanti di specialisti e uomini di spettacolo. Ci spiega Luca Giuliani: «Dopo il 1976, il testo torna nel 1995: Elio De Capitani lo porta alla Biennale di Venezia, con Lucilla Morlacchi, un coro di oltre quaranta interpreti, le scene di Carlo Sala e le musiche di Giovanna Marini; segue un tour di successo. Ed eccoci qui, per i cinquant’anni dal sisma. Il nuovo allestimento ha un forte valore simbolico».

Tocca ad Alessandro Serra misurarsi con i Turcs. Serra è maestro nel portare in scena la potenza delle lingue «minorizzate», lo ha fatto, ad esempio, nel Macbettu in sardo. Ma da dove nasce questo interesse per testi linguisticamente difficili? Dice Serra: «Nasce dalla perdita della sapienza fonetica e musicale dei grandi attori che trasformavano il logos in phoné. Un tempo si stava in quinta e si osservavano i grandi attori e le grandi divine attrici cantare la parola. Gli si rubava mestiere e mistero con l’unica vera tecnica possibile: il contagio e l’imitazione. Inoltre, dalla seconda parte del Novecento si è assistito alla scomparsa di testi puramente fonetici. In questo senso le lingue fonetiche, a patto di non usare i radiomicrofoni, ci costringono ad attivare il corpo e far risuonare la parola». Pasolini lascia ampio margine per la messa in scena. Serra: «Si tratta di un’opera letteraria e perciò priva di dispositivi scenici, sonori, drammaturgici. La sua forza risiede nella lingua e nella bellezza poetica delle parole. Non v’è traccia di teatro, dunque l’unico approccio è la scrittura di scena che, per paradosso, si attiva solo a condizione di rispettare la natura del testo». Colpisce molto l’aspetto musicale, gli attori hanno cantato divinamente. Serra: «Quando ho scritto il copione, ho ipotizzato momenti di coro e altri di dispiegamento fonetico del dolore di certi personaggi. Ho selezionato le parole e dato nome ai canti, suggerendo al compositore delle possibili qualità. Il resto, la meraviglia della scrittura e il miracolo dell’esecuzione è opera del Maestro De Franceschi».

Resta da scoprire chi siano oggi i Turcs. Serra: «Noi stessi, solo che non ce ne rendiamo conto».

Si chiude con quindici (15) minuti di applausi, per un testo toccante e significativo ma non certo facile.

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