Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 05:55
Teatro

“Racconto l’assedio del brutto alla bellezza”

Il regista Davide Livermore impegnato in “Le Siège de Corinthe” di Rossini: “Non volevo qualcosa di strumentalizzabile e politico”

Davide Livermore provoca: "Chiamatemi direttrice"

Troppo facile. Da una parte gli abitanti di Corinto; dall’altra i Turchi. Greci contro Musulmani. Buoni contro cattivi. Chissà quanti registi avrebbero colto al volo la cronachistica (ma superficiale) opportunità offerta da Le Siège de Corinthe, l’opera di Gioachino Rossini che racconta, appunto, dell’assedio con cui nel 1453 Maometto II stinse la città greca, e che ieri ha inaugurato a Pesaro il Rossini Opera Festival. «Raccontare chi assedia e chi è assediato è sempre interessante riflette Davide Livermore, regista dello spettacolo (diretto da Carlo Rizzi)- Ma anche strumentalizzabile. E io a questo gioco non ci sto». Il contrasto fra opposti che il celebrato regista -unico al mondo ad aver diretto per quattro volte di seguito l’inaugurazione della Scala, dal 2018 al 2022- vuole offrire cerca, invece, di volare più alto. Niente forzature di cronaca, su un’opera scritta duecento anni fa. Poiché «un regista -dichiara- deve soprattutto mettersi al servizio della musica».

Equiparare la Corinto assediata del quindicesimo secolo all’Europa attuale sarebbe stata, forse, la simbologia più comoda.

«Anche troppo. È il gioco che fanno tutti i politici d’oggi, di qualsiasi colore siano. Fanno i tifosi. Dividono il mondo tra buoni e cattivi, perchè guardare al nemico significa togliere lo sguardo da sé stessi, dalle proprie responsabilità. Ma il vero avamposto della nostra civiltà è l’arte. E nel fare arte io mi sono tolto dalla mentalità del tifoso. L’unico tifo che ammetto è quello anti-juventino. Sono granata dalla testa ai piedi, io».

E dunque come legge lei la contrapposizione tra Greci ad Ottomani narrata da Le Siège de Corinthe?

«Non penso alla Grecia del quindicesimo secolo, ma a quella classica, intesa come società ideale; contrapposta al mondo moderno, negatore di quella civiltà. Da una parte il mondo che ci ha dato la Bellezza, la Democrazia, il Teatro; dall’altra la società attuale, che tutto questo lo ignora, anzi lo distrugge. Così la storia è ambientata nel deposito di un museo, dove i capolavori antichi sono chiusi in grandi casse d’imballaggio, assediate dai nostri tempi d’immondizia. Perché i politici (di qualsiasi idea) dicono agli artisti: statevene chiusi nel vostro mondo, vi facciamo uscire ogni tanto, ma senza che rompiate troppo le scatole. Fate intrattenimento, invece che arte. La stand up comedy, al posto di Shakespeare. E il gioco è fatto».

E quando i Turchi arrivano?

«Gradualmente le casse svelano i capolavori che contengono, rivelando frammenti di quella Bellezza che la modernità museifica, rifiutandosi di capirla. Perché la museificazione, i tagli alla cultura, sono la morte dell’arte. Sia pure una morte gentile. E invece c’è bisogno di politiche culturali che capiscano la differenza che c’è fra arte e intrattenimento. Sapesse quante volte mi sono sentito dire: devi semplificare, le persone non capiscono; nemmeno le reggono, le ore di durata di un’opera. Ma con l’opera noi possiamo alzare le persone al livello dell’arte; non il contrario. Sennò perdiamo l’arte e diventiamo un parco a tema».

E il finale, quando la protagonista Pamyra si uccide, pur di non soggiacere a Maometto II?

«È l’eroina che si sacrifica per un ideale profondo. Ce ne sono tante, oggi, di persone così. Penso ai due creatori di questo prodigioso festival, Gianfranco Mariotti e Alberto Zedda. Penso ai professori d’orchestra, che studiano una vita per arrivare ad eseguire Rossini; ai ragazzi e alle ragazze che qui fanno i mille mestieri del teatro. Tutti giovani che non vanno sulle prime pagine. Dove invece vanno quelli dell’Isola dei famosi».

È soddifatto dell’accoglienza riservata al musical The Opera!, suo primo film?

«Quale accoglienza? In Italia il film non l’ha visto nessuno, perché praticamente non è stato distribuito. Mentre dei giovani distributori francesi, il più vecchio ha 26 anni e di opera non sanno nulla, mi hanno detto: È la cosa più bella che abbiamo visto. Lo presentano il 31 alle Folies Bergère, con i protagonisti Vincent Cassel, Fanny Ardant, Rossy de Palma. E il 2 settembre sarà nei cinema francesi. Sempre con Paolo Gep Cucco ne sto preparando altri due. Soggetti non più musicali, ma tratti dai libri di Alessandro Baricco».

Oltre che lirico lei è anche regista di prosa, attore, scenografo, costumista, cantante (timbro di tenore).

«Sì. E questo qualcuno me lo rimprovera. Quasi che saper fare molte cose fosse una colpa. Quando nel maggio scorso ho cantato a Salisburgo, nel monteverdiano Ritorno di Ulisse in patria, sembrava lo avessi fatto per dispetto. Ma se un regista lirico sa cos’è un ribattuto monteverdiano o un’agilità rossiniana, sa cosa può o non può chiedere ai suoi cantanti. Quand’ero ragazzino il mio maestro mi chiese: che società vorresti? Una società meritocratica, risposi io. Allora va’ e datti da fare, disse lui. È quello che ho fatto. E poi: l’opera non è forse l’arte che in sé le riassume tutte?».

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.